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la partita immaginaria che non smettiamo di giocare (Guttuso)

Il campo era un cantiere, con la terra ruvida come polvere di cemento e pali storti in cima ai quali, di tanto in tanto, si posava un gabbiano, guardando solenne la discarica luccicante distesa al sole o, più in là, la striscia d’olio nero del mare.
La biacca disegnava i confini, continuamente calpestati dal pubblico, che quel giorno era di venti persone. Per lo più amici e parenti – e qualche malospirito che sperava almeno di menare le mani, perché tanto il Torre Lapillo non aveva alcuna speranza di passare il turno.

Quelli del Lapillo erano in nove, e si guardavano spaesati. Specie il portiere, un biondino con modi trasparenti che sperava in cuor suo di non giocare mai più.
Avevano perso ventotto partite di seguito, con una malasorte perfida che li seguiva con ostinazione, di campo in campo, come una canzone. Ora cominciavano a perdere pure i giocatori, perché la sfortuna s’attacca addosso, certe volte, come l’odore di petrolio di quei pomeriggi di fine campionato.

Michele, l’arcangelo, li guardava dall’alto, poco oltre la striscia rossa della raffineria. Soprattutto, seguiva la testa bionda e i pensieri confusi del portierino.

Roccaforzata non aveva granché bisogno di quella vittoria: viaggiava come un treno in cima alla classifica, mietendo gol sui campi d’erba stenta e gonfiando il petto nella maglia rossoceleste. I giocatori erano ragazzoni magnifici, con denti scintillanti, capigliature folte e un senso del calcio che somigliava molto alla guerra civile. S’erano fatti strada in quel campionato schiacciando come lattine vuote gli avversari, stringendoli con tackle, sputi e insulti pittoreschi che piacevano anche più dei tiri in porta.

"Ma quanti cazzo siete?" chiese l’arbitro, realizzando che quelli del Lapillo erano nove, anzi otto e un portiere indeciso, e di fronte avevano almeno quattordici magliette rossocelesti che brillavano come incendi tra i rifiuti. "Così non potete giocare" aggiunse, poco convinto, guardando di sbieco i giocatori del Roccaforzata, che per risposta gli mostravano i canini.

Michele scese senza che nessuno lo vedesse, e si piantò lì davanti: "Gioco io, con loro" fece, indicando i nove, così rassegnati e sparuti che sembravano anche di meno. "E chi cazzo sei tu?" gli fece, più per dovere che per altro, il biondino, che aveva un’attitudine diffidente nelle narici strette.
"Uno che gioca" rispose, tranquillo, Michele chiudendo la questione.

Non c’è nessuno che ricordi molto, di quella partita.
Si videro di sicuro certi cross spioventi e uno o due pallonetti che terrorizzarono pure i gabbiani. I rossocelesti divampavano sul campo, ma la palla gli spariva davanti, come fosse un effetto di luce sul metallo d’un capannone.
Torre Lapillo segnò uno, poi due, poi diciassette gol, e quelli del Roccaforzata inghiottivano saliva e stupore, e raddoppiavano la furia senza capire come facessero, quegli avversari sghembi come pulcini.
L’arbitro fischiava senza senso, cercando anche lui la palla che spariva in mezzo alle mischie di stinchi e alla terra secca che copriva di polvere ogni cosa.

Alla fine, mancavano dieci secondi, l’arbitro decretò il rigore, e nessuno, a bordo campo – dove i venti spettatori erano diventati almeno duecento, perché la voce era volata, e tutti volevano vederla, quella partita stregata – obiettò nulla: la polvere dorata di quella domenica li zittiva, grattando nella gola.

Michele si fermò, calmo,a dodici passi dal portiere. Sorrise come un angelo, e tirò.

 Questo perché non ci si può esimere, né mancare all’appuntamento con la Storia. ero troppo piccola per Città del Messico, ma ieri c’ero anch’io.
C’ero quando Gennaro "Ringhio" diventava dodici, quindici, diciotto Gennari, quando Capitan Pizza Cannavaro faceva scintillare l’elmo e lo sguardo acheo, quando – e qui me lo ricordo, come nell”82 – un terzino sinistro s’inventava goleador, quando Del Piero Uliveto cadeva in un buco temporale e per un attimo ce lo ritrovavamo Pinturicchio, il tempo di segnare un gol di fino e di pennello, quasi tagliato dal rasoio del fischio finale dell’arbitro (un messicano, perché la Storia procede per circoli chiusi, si sa).
 C’ero anch’io quando soffrivamo e soffrivamo, di palo di traversa di contropiede di fuorigioco, perché siamo il popolo che ha inventato il melodramma, non solo la pizza. E, comunque, nei forni c’abbiamo sempre messo solo le pizze, noialtri. Invece loro, così ariani e civili e dominanti, loro…
 C’ero anch’io, a pensare come sarebbe stato un altro Mondiale con te, papà, che mangiavi insalata di limoni con l’olio e l’aceto e camminavi a passi lunghi nel corridoio durante i supplementari, perché non ce la facevi, sennò, e lei mi chiamava di nascosto: tuo padre è in ritiro da ieri, non mi parla e non mi risponde, e le dovevo rispondere: tranquilla, glielo ha consigliato il mister, e lei rideva e diceva che comunque ti aveva stirato i calzini portafortuna, e andava anche lei nel corridoio, di nascosto dietro la porta a vetri, ad ascoltarti quando urlavi da bordocampo, ed era preoccupata: non è che stavolta s’infortuna? mi chiedeva, e io: tranquilla, è allenato e ha cuore. Non era vero, non eri allenato, ma avevi cuore, e le partite le vincevamo così, io e tu e lei e tutti gli altri, anche quando le dovevamo perdere, anche quando le perdevamo davvero, così le vincevamo, noialtri.

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angelo dello spoglio (Dalì)

 Tutto era pronto.
Le prime elezioni della Nuova Repubblica. Una repubblica conquistata con le unghie e i denti. Erano almeno trentamila anni che le Gerarchie Media e Infima lavoravano nella Resistenza e per il Partito Repubblicano. Gli Angeli, servi della gleba celeste, dalle miniere di topazi, dai campi d’incenso e, soprattutto, dalla sala fuochisti del Primo Mobile, s’erano piano piano svegliati dal loro sonno millenario, abituati com’erano a lavorare ed esultare, senza farsi domande. Alle feste comandate gli distribuivano arpe per fare musica e rami di palma e ulivo da agitare nelle piazze. Il giorno dopo – che infatti si chiamava Lunedì dell’Angelo ed era una specie di Primo Maggio – erano tutti in gita sull’Eden, e poi in coda in autostrada fino al martedì, quando dovevano timbrare il cartellino, e si ricominciava.
 Non che Principati e Arcangeli stessero meglio. L’economia era un disastro: le merci non le voleva più nessuno, e c’era una concorrenza terribile dei prodotti extracomunitari “made in Tao” e “Dolce e Corano”e, da un poco, della “Linea Zen” – che poi non si poteva dire, ma pure i Serafini li compravano al mercato nero, e se li portavano nei superattici in cima ai grattasettecieli, lassù nel cielo delle Stelle Fisse, dove le proprietà costavano un occhio per occhio della testa e c’erano panorami stupefacenti e vista sull’Empireo.

 Eppure le Gerarchie Infime erano le più popolari, in Terra, anche perché Angeli e Principati dovevano farlo per obbligo di leva: trent’anni almeno come Custodi. A chi capita capita. Che poi lo sanno tutti come vanno queste cose, c’erano i soliti raccomandati che gli capitavano umani facili facili, pii o dalla vita breve e silenziosa (c’era un posto chiamato Terzo Mondo dove fare il Custode era semplicissimo, una cosa di tutto riposo e pure veloce, e valeva lo stesso, ti timbravano la scheda ed eri a posto). Se non avevi raccomandazioni, allora la cosa si poteva fare anche più seccante, specie nell’ultimo secolo, più o meno, che la vita media s’era allungata, e correvi il rischio di confermare la leva pure fino a novant’anni, e ti saluto.
Che poi questi Custodi mica venivano rispettati: era tutta una lagna, tutta una richiesta, tutta una preghiera d’intercessione, e gli umani non stavano mai fermi, erano promiscui, spericolati e correvano pure in moto senza casco, che i turni diventavano massacranti, e la paga sempre scarsissima e le licenze rare.
 Non che agli Arcangeli andasse meglio. Loro si vantavano, che avevano studiato, che erano militesenti, che avevano compiti di responsabilità. Figurarsi. Che ancora quello lo sta pagando, quell’Annuncio. Era un semplice telegramma ordinario, e chissà lui che cosa aveva combinato, che era cambiata addirittura la Storia. Intanto, di lui – Gabriele, si chiamava – non se n’era saputo più niente. Anzi, uno dei primi atti della Nuova Repubblica – era stato uno dei punti più importanti del programma – doveva essere proprio una Commissione d’inchiesta su Gabriele e gli Angeli Spariti.
 Il Partito repubblicano, in effetti, era stato fondato dalla Gerarchia Media, ovvero Dominazioni, Virtù e Podestà. Alfabetizzati – specie quelli che per contratto dovevano volare cantando in forma di lettere, sulla Prima rete, negli intervalli – coi privilegi del ceto medio e pure, per alcuni, prospettive di carriera. Vabbé che, tanto, mica avevano libri di storia – la storia era vietata per decreto, ed erano ammessi solo l’Esegesi dei Testi e l’Innologia comparata – ma s’erano industriati, e c’era tutta una resistenza, una rete segreta con sedi nascoste nel Limbo, dove tanto nemmeno gli Angeli della Milizia andavano volentieri, in mezzo a quella nebbia, con quelle anime strane dei non battezzati che li cacciavano a pietrate, gridando: fuori dalla nostra striscia. C’erano state pure alcune aggressioni, ma era stato messo tutto a tacere, e quegli Angeli erano stati mandati al Settimo Cielo, come guardiani delle ville, e s’erano sistemati e nemmeno scendevano più a trovare i parenti.

 Il sogno di tutti, in effetti, fin da quando uscivano dall’uovo, le ali ancora sottili come cannucce spiumate, la pelle tenera e trasparente, l’aureola tremolante, era diventare Spiriti Contemplativi. Sui giornaletti, nelle edicole, era pieno di fotoromanzi i cui protagonisti erano tutti Cherubini bellissimi, con lunghe chiome bionde, occhi celesti e aureole d’oro puro. Sì, le tinture erano molto diffuse, e non c’era Angelo che non ci provasse almeno una volta, a arricciarsi i boccoli e farsi sbiancare le ali, ma insomma. Le lenti a contatto colorate erano carissime, e per comprare una tunica come si deve – magari col bordo di porpora e le paillettes – ci voleva la paga d’un mese.
 Solo una volta l’anno, all’elezione di Mister Universo, chi si sentiva davvero all’altezza poteva tentare. Il Partito repubblicano disapprovava queste manifestazioni: servono a tenervi sottomessi, dicevano ai militanti. Ma era inutile: a una certa ora erano tutti davanti agli schermi di EteRai, a guardare “L’Isola dei Serafini”, “Ok, il cielo è giusto” e “L’eternità in diretta”, e invidiare le Veline che svolazzavano con le loro alucce d’argento al talk-show di Dionigi lo pseudo-Aeropagita.
Era dura, e il Partito repubblicano c’aveva messo secoli. Che dico, millenni.
Ora, finalmente, c’erano riusciti.

 Lui, Lui in persona, aveva indetto libere e democratiche elezioni, e aveva promesso di rispettare la volontà popolare. Lo aveva annunciato da tutti gli schermi – che erano suoi fin dal Caos Indiviso, di cui era il maggior azionista, anche se da tempo aveva trasferito quasi tutte le quote al fratello, e s’era tenuto per sé solo i diritti di proprietà dell’Ottavo cielo, per non far parlare di conflitto d’interessi quegli scocciatori dei Repubblicani.
I Troni e i Serafini che lo circondavano, e facevano parte della Coalizione della Mistica Rosa, annuivano e confermavano tutto, nelle interviste del telegiornale.
Un gruppo di reporter avevano tentato il colpaccio: cercavano d’intervistare il Figlio, che da anni s’era ritirato, chi diceva in India, chi diceva in qualche isola dell’Egeo. Un mistico senza speranza, un hippie, un comunista, un idealista innamorato degli umani, che solo per una volta aveva tentato di ribellarsi, e sappiamo tutti com’era finita. Roba che per tremila anni non s’era mosso più nulla.

 Ma ora era cambiato tutto, e gli angeli, che avevano ricevuto per posta i certificati elettorali, si recavano ai seggi allestiti per tutti i cieli. Roba mai vista. Un’affluenza superiore al 90 per cento. Anche se, nei seggi, il personale era inesperto e molto emozionato, e succedevano continuamente incidenti, che le cabine erano piccole, e certi angeli dovevano lasciare fuori le ali, e alcuni non capivano bene come si doveva fare, e stavano dieci o anche vent’anni a rimuginare sulle schede, che fuori s’allungavano file d’elettori. Ma, certo, tempo ce n’era.
Insomma, alla fine fu tutto fatto. Nella notte cominciò lo spoglio, e gli exit poll già davano per certa la vittoria dei Repubblicani. Con cinque punti di distacco almeno.
 Lo spoglio fu molto complicato, e durò diecimila anni: il capo della commissione elettorale era San Tommaso, e quello voleva vedere le schede una per una, sennò non ci credeva. Alla fine il portavoce, un Angelo Messaggero di grande esperienza, si presentò alle telecamere per comunicare il risultato.
I Repubblicani avevano vinto, con venticinque voti di vantaggio.
 Metà degli angeli s’alzarono in volo, facendo frinire le ali così forte che in Terra si scatenarono uragani. L’altra metà restarono in un silenzio così assoluto che alcuni deserti ghiacciarono di colpo.
 “I cieli sono spaccati” titolò, in tempo reale, lo schermo etereo appeso sopra il Primo Mobile.

 La confusione era sovrana. Tutti avevano dimenticato i propri compiti, e nel frattempo l’Universo ne aveva approfittato: guerre, pestilenze, meteore, torri gemelle, elezioni. Crollo delle blue chips e dell’indice mib, diminuzione del tasso di natalità, crisi delle vocazioni, chilometri di code ai caselli, Ici al nove per mille, per non parlare della Tarsu. Pioveva, pure. I Custodi avevano disertato in massa, o presentato certificato medico, e c’erano milioni di umani allo sbando.
 Lui s’affacciò alla finestra, infine. “Signori, il momento è grave. E io vi dico: cos’è un venticinque di fronte all’eternità?”. Con un gesto grave della mano – una cosa che gli riusciva sempre bene, da quando l’aveva scoperta per caso, quel giorno, esercitandosi a tirare pietre piatte da far rimbalzare, quando aveva gridato, così per scherzo, “fiat lux”, ed era successo quello che era successo – con un gesto della mano, velocissimo, abolì il numero venticinque. I cieli tornarono tutti al loro posto.

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la prescelta (Piero della Francesca)

 Nel cerchio delle madri c’erano madri giovani e vecchie. Madri di molti anni, con bellezze svanite appena percepibili negli angoli del volto, madri giovani dai denti affilati. Madri coi capelli di ragazza, in trecce nere grosse quanto il braccio d’un uomo, piene di nodi segreti. Madri sottili, trasparenti, probabilmente morte da anni.
Il cerchio delle madri decideva ogni cosa. Si riunivano in un punto della notte, così oscuro da essere ignoto a tutti. Gli angeli stessi le sorvolavano senz’accorgersene, perché non avevano sangue che potesse sentirle, loro che erano nati da un’esplosione di luce o volontà. Nemmeno dio poteva scorgerle, esiliato nel suo palazzo al di sopra della terra, in cui esse arrivavano come tramontana, calmeria di scirocco, nuvole sanguigne, echi di sacrificio che lui leccava dal filo del coltello.

 Il cerchio delle madri decideva ogni cosa. Ora dovevano decidere quale sarebbe stata la madre del Promesso. Una madre agnella da consegnare ai secoli. Una madre dal manto celeste, dalla cenere di rose, dai lunghi gigli. Una madre che avrebbe dovuto spegnere nella sabbia dolce la rabbia e la ferocia delle madri. Una madre che avrebbe incarnato le madri, buona da mangiare per mille anni.

 L’orlo dell’altipiano ruggiva di temporale, le foglie tremavano appena, il resto dei mortali era sepolto nel sonno,  e le madri in cerchio, zitte, guardavano i lampi rifettersi sulle fronti pallide, meditando nel loro modo terrestre, interamente umano, privo di parole riconoscibili. Gli angeli gemelli e messaggeri, partoriti da uno specchio, attendevano poco fuori dal cerchio, ch’appariva loro soltanto una confusa architettura vegetale, piena di viticci e fiori color carne, agitati a caso dal vento d’orlo e di bufera. L’inquietudine mordeva la loro consistenza d’etere, inspiegabile.

 Le madri tacevano il loro silenzio profondo, ruminante. Di lontano, era piuttosto un brontolìo, un boato, una vibrazione costante paragonabile allo sforzo della terra di girare nel suo verso consueto.
La tensione s’esprimeva in temporali, venti scomposti, intorbidimento delle acque, brutti sogni.

 Il dio voleva un simbolo, una madre di pura luce dalla braccia allargate. Le madri volevano che non dimenticasse il dolore delle acque, il peso, la fatica. Il dio voleva si drizzasse nella luce composta, inequivocabile, priva d’ombra. Le madri volevano che portasse con sé la ferita originaria. Il dio voleva ch’avesse la mano pietosa, che passa sulla fronte, chiude gli occhi, consola della vita. Le madri volevano che quella mano segnasse il confine tra i mondi, come esse fanno da sempre.

 Infine, scelsero.

Vabbé, sapete che io partecipo indegnamente alla  nobile Settimana artistica – questa volta dedicata a Piero della Francesca – portando soltanto collezioni di incubi. La Madonna del parto mi sembra bellissima e terribile come tutti i simboli, che non erano belli o decorativi, e parlavano di morte. In particolare è la mano che mi attira, il punctum del dipinto. Quello – se ne esiste uno – è il confine trasverso fra i mondi. Se è vero che Piero della Francesca costruiva puri mondi di luce ultraterrena, privi d’ombra, tutti sintassi della mente, è pure vero che nessuna madre sarà mai così priva di sangue, di mistero, di mani di traverso sull’affiorare temibile della vita.

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L'ANGELO TRISPITO

lui, l'angelo trìspito disegnato da Mario Bianco

 Non somigliava a nessuno, quell’angelo. Ma che roba è? chiedevano gl’arcangeli inciampando nelle sue giunture di metallo. Le comete, poi, lo snobbavano soffiandogli in faccia il loro fiato di polvere e di ghiaccio: gli si disegnavano lacrime di ruggine, che sembrava piangesse.
 Quando cercava un posticino, nella gloria dei cieli in circolo, lo scambiavano per qualcos’altro e lo spingevano in un angolo, dietro la tenda, o nel sottoscala. L’angelo socchiudeva il suo unico occhio, e i giunti delle sue ossa lunghe cigolavano, come violini in trappola.

 Un giorno si presentò all’ufficio missioni, e si mise in fila con gli altri. Angeli coi boccoli, angeli con le piume, angeli guerrieri, delicati angeli d’annunciazione, angeli di morte dalle ali gotiche. Lo guardavano strano, e più d’uno provò a scavalcarlo, ché sembrava piuttosto una transenna, un congegno elettronico, uno spartitraffico.
 Allo sportello non volevano dargli nulla: “Qui non c’è nulla per lei!” cinguettava l’impiegata guardandosi le unghie laccate di celeste, ché guardarlo troppo, in quella faccia dimezzata, le dava il capogiro.
Ma l’angelo rifiutava di muoversi, e la coda era lunga già mille anni.
Tanto che venne persino Lui, il capufficio.
Lo guardò bene, si grattò il testone candido e infine ebbe un’idea.
Lo mandò diritto da mia nonna, ad annunciare che Michele sarebbe tornato dall’America, povero peggio di prima ma vivo (avrebbe salvato, da quell’immenso naufragio di speranze, solo una tazzina col manico dorato, ben avvolta nel suo unico paio di calze: la conserviamo ancora come un cimelio e un mònito. Lui, poi, visse cent’anni, con una salute da squalo e una malinconia lunga un oceano).
 L’angelo strinse la pergamena e s’alzò in un volo sbilenco, il motore a scoppio che borbottava sotto le ali, un lieve odore di gasolio nell’aria fina.

 Mia nonna se lo vide apparire in cucina, facendo rotolare le pentole d’alluminio con un rumore da fine del mondo. Per un pelo non fece cadere il sale, persino, e sarebbero stati guai seri.
“E chi saresti, tu?” gli chiese, aggrottando appena la fronte.
“Sono… un angelo” rispose lui con voce di grattugia.
“Ah, un angelo trìspito” convenne la vecchia, ché niente poteva sorprenderla. “Mettiti lì” aggiunse serena, ché dare un posto ai trìspiti non è cosa di dio ma di donne.

 Da allora, l’angelo vive con noi.
Qualche volta qualcuno c’inciampa, lo fa cadere in pezzi e lo riaggiusta con un po’ di colla, un po’ di saliva e un cacciavite. Poi lo mette da parte, dietro la tenda, o nel sottoscala.
Lui, è felice.

ps: ok, impossibile sottrarsi alla caccia al trispito, come dice untitled io, ma questo – proprio quello che vedete, a china e colori e giunture di ferro – che m’aveva mandato Mario Bianco meritava d’essere visto (e riconosciuto) da tutti. E’ indubbiamente un angelo trìspito. Amen.

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L'ANGELO MECCANICO

l'angelo piange

 

Soffriva, l’angelo meccanico.
Volava con rumore di ruggine e ingranaggio nel cielo ossidato del tramonto. Le ali erano vapori di benzene, fiamme d’altoforno lo cingevano d’azzurro.
Le creature si scostavano, perché scottava ed era alieno più degli angeli altri, quelli con piume di gallina vera e quelli coi riccioli di legno dorato.
La carlinga dell’angelo pulsava di dolori immaginari, o forse le valvole s’erano inceppate, perché il suo cuore cromato perdeva colpi, e giri.
Più di tutto, gli spiacevano quel becco allungato, quell’anima di compasso, quei giunti cardanici nelle ossa lunghe delle zampe.

Il giorno che giunse alla ciminiera della fabbrica abbandonata si sentì improvvisamente a casa.

La fabbrica era ischeletrita piano piano, sulla spiaggia di ciottoli bianchi, di fronte a un mare perfettamente turchese. L’avevano costruita pieni d’ottime intenzioni e di bugie, e non aveva funzionato un solo giorno. L’avevano inaugurata con la fanfara, la fascia tricolore e cinquemila disoccupati che battevano le mani piene di calli. Ora erano state abbandonate, la fabbrica e la spiaggia, e ci venivano le cicogne a fare i nidi nei comignoli, i granchi incrostavano i pontili, le tartarughe marine scavano in pace le buche per le uova.
Nella fabbrica, ogni giorno gli stipiti cedevano un poco, e il sale si mangiava le intelaiature. Il vento di scirocco certe volte giocava a rincorrersi nei corridoi, ululava per divertimento. In paese sentivano, e dicevano che nella fabbrica c’erano i fantasmi, e nessuno ci metteva più piede, nemmeno per rubare i mattoni di cotto o i fili di rame dell’elettricità.
La fabbrica abbandonata, in realtà, moriva di solitudine. Si struggeva ogni giorno di dimenticanza e di rimpianto, e chiudeva gli occhi al riverbero del sole. Sognava, la fabbrica. Sognava creature dal lungo becco che si prendessero cura di lei.

L’angelo sentì il richiamo.
Scese in giri sempre più stretti verso le bocche aperte delle ciminiere. Il suo cuore meccanico rispondeva ai chilometri di cavi, ai tiranti d’acciaio, alle lastre che rivestivano i muri, ai bulloni avvitati a metà che sporgevano come frutti esagonali dalle travi, alle presse immobili nell’aria rarefatta e salina. Il suo cuore d’angelo sentiva distintamente il dolore delle cose.
Volo giù, e la fiamma delle sue ali scaldò l’acciaio inerte della fabbrica. Il suo strido rimbalzò sulle superfici riflettenti, gli tornò indietro come un saluto.

Ora l’angelo abita la fabbrica davanti alla spiaggia. Sono felici.

ps: scritto sotto l’influsso magico del bellissimo acquerello di Mario Bianco, dal titolo "Nuovo Angelo" (grazie Mario: regalare immaginazione è di pochi angeli), e della storia della fabbrica abbandonata di Saline Joniche, costruita su una spiaggia bianca e turchese e lasciata lì a morire.

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L'ALA

 sineddoche d'angelo

L’angelo esplose a mezzanotte in punto.

S’era gonfiato tutto il giorno, con lo sguardo corrucciato, le piume che diventavano lentamente blu, la sua natura nascosta d’aquilone che s’andava perdendo. Volava basso, toccando le cime degli alberi che si ritraevano, perché scottava di febbre. Volava sbilenco, perché non rammentava la rotta e le palpebre cominciavano a chiudersi, gonfie e rugose, piene d’acqua celeste.

 

Era un angelo vecchio, col petto pieno di segatura e colpi di tosse, capelli di stoppa gialla, nessuna memoria dei grappoli e dell’età dell’oro.

Soffriva di solitudini, di molteplici vecchiaie, di disappunto: il lungo corpo della terra – un susseguirsi di declivi e isole verdi – non lo consolava più dell’eternità.

Ecco, era inconsolabile, fino all’anima – che gli angeli hanno ramosa e imperscrutabile – , fino ai polmoni – che gli angeli hanno d’acquerello e zolle erbose –, fino alla fine – che non è dato comprendere.

 

L’angelo arrivò al centro del cielo, che era straordinariamente spazioso, quella notte. Né stelle né altro. Silenzio macinato fine tra le galassie. Nemmeno il tenue rumore d’ingranaggio che facevano le vite, gli atomi, l’attesa.

Tirò un respiro profondo, l’ultimo – una fuga di mondi divampò in un punto non precisabile – ed esplose, perché era davvero troppo.

Recinti, ragnatele, poemi rivoluzionari, piume, cannucce, trasalimenti, coppe d’oro, numeri, calligrafia: tutto dell’angelo andò in pezzi e si disperse.

 

La sola ala sinistra cadde in cerchi lenti nell’aria, turchina.

 

Ps: esperimento sulla base della domanda di Effe nei commenti qui, della carambola di suggestioni tra caracaterina e Untitled qui , dell’intuizione di Tez nei commenti a caracaterina e soprattutto qui . Ecco. Ora tocca a voi.

 

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