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Posts Tagged ‘angelitudini’

 
Il Sud è femmina. Ha centinaia di migliaia di milioni di corpi – di carne, di pietra, di legno, d'acqua, d'aria – e sono tutti femminili. E' femmina il corpo, è femmina il sangue, è femmina il dolore, è femmina il sogno che apre le porte dei mondi.
  Nel Sud tutto è corpo: il sogno, la parola, il nome, il dolore. Un corpo immenso, morbido, striato d'un sangue antico che fa un odore vertiginoso – quello che attira gli dei, che sono golosi e mangiano la sofferenza degli uomini e soprattutto delle donne, si fortificano dei loro sospiri, tali e quali agli spettatori.
  Il corpo di Vittoria è il Sud morbido, bianco, immenso, mortificato. Vittoria cammina con le gambe strette, lo sguardo basso, le braccia sbarrate a trattenere l'onda del seno, del latte di meraviglia che sprizza dalle sue carni compatte di tonno, di lupo, d'angelo. Di femmina.
 Vittoria cammina tutta intera, e fa fatica a trattenersi tutta, ad abbracciarsi tutta, tanto il suo corpo – ma lei non lo sa – è grande, fino all'orizzonte e oltre, fino alla montagna dove siede una Madonna immensa come lei, solo che la Madonna se ne sta al sicuro nel suo nido d'aquila al bordo della rupe, e non viene spogliata e fatta a pezzi dagli occhi dei maschi, non viene comprata e venduta, non viene data in sposa a un uomo brutto, sciancato, manesco, non deve dire sì, solo sì, sempre sì, e mettere al mondo uno dopo l'altro sette figli, ventisette figli, centosette figli, perché il corpo della donna è sempre gravido, immenso com'è, e fertile com'è, che s'impressiona di tutto, e su di esso qualunque cosa cade germoglia: alberi, frutti, case, madonne zitte, muri a secco, seme egoista.
  I figli s'incistano nel corpo immenso delle donne, crescono come bacche dappertutto, salgono come palloncini di sangue delicato, gli occhi chiusi nelle palpebre violette, il cordone granata che pulsa, scambia il sangue, i sogni, le voci. E le donne si disfanno e si ricominciano, spingendo col pieduzzo la culla e tenendo in braccio un bambino, e nella pancia un altro bambino, e nella testa tutti gli altri che sono sempre figli suoi figli comunque figli per sempre: case, parole, bambini, madonne zitte, mariti selvatici, alberi di fichi maturi, sentieri, montagne a perdita d'occhio, e nidi d'aquile femmine.
 Le donne a volte non li vogliono, quei figli che spuntano a grappoli dalle loro carni aperte, piantati nel loro corpo arrendevole senza piacere, senza amore, senza nient'altro che non sia la spinta cieca e sorda della vita, che è femmina e immensa e ingiusta e rapace.
 E le donne si fanno pungere, trafiggere, avvelenare col prezzemolo, squartare, aprire con le mani sporche, fare a brandelli, accecare, azzoppare. Le donne si fanno morire in qualche parte del loro immenso corpo bianco, morire di punta e taglio e dolore, e nessuno a parte loro stesse e le loro sorelle mute lo sa.
  Vittoria tutto questo – che è un segreto talmente immenso da essere sotto gli occhi di tutti – lo racconta in sogno a Gesù, che è maschio e mica le sa, queste cose. Gesù sta seduto nel suo cenacolo di maschi, con la faccia brutta: tu, traditora della vita, le dice, a lei che è stata trafitta e squartata e crocifissa più di lui. Tu, traditora.
E la traditora gli racconta, seduta sul suo corpo infinito, sul quale sorge la montagna e il cenacolo, e siedono gli apostoli maschi, e Gesù maschio figlio di dio maschio. Il corpo bagnato dal mare e alto fino al cielo e profondo fino all'inferno, l'inferno dove nascono e muoiono i figli.
E Vittoria gli racconta, traditora, la sua vita di donna, crocifissa quanto Gesù, più di Gesù, per amore dei figli, della vita. Vittoria senza giovinezza, senza marito, senza amore, Vittoria sola col suo corpo immenso dove sorge il sole e passano i carri e camminano gli uomini con le scarpe piene di chiodi.
Vittoria racconta, e Gesù si commuove: mica lo sapeva, Gesù, quanto dolore ci può stare, nella vita di una donna.
   Ah no, che non lo sapeva. Che ne sanno, i maschi.

 

Saverio La Ruina è maschio, e queste cose non dovrebbe saperle. Forse nemmeno le sa: le sogna perché i sogni glieli mandano le donne del suo paese, della sua montagna. Lui ci parla, con le donne, si fa raccontare le cose delle donne grazie a un dono speciale dei suoi occhi profondi, grazie a un'attitudine di capretto che ispira fiducia. Lui si fa forse attraversare da queste cose – come ha fatto con Dissonorata, come ha fatto con Vittoria – come le canne si facevano attraversare dalla voce degli dei, o gli alberi.
 Lui ci dà la voce di questi corpi, di questo corpo immenso grande come il Pollino, l'Aspromonte, lo Stretto, tutto il mare, tutto il cielo, tutta la montagna. Lui forse, alla fine dello spettacolo – che somiglia più a un sacrificio pieno di fumo sacro e coltelli e un certo dolore prezioso – non sa nemmeno cosa ha detto, quale voce lo ha attraversato.
 Sembra evidente, questo, alla fine della storia di Vittoria, quando Saverio si batte il petto col dito e col pugno, e senti quel rumore di guscio, di canna, di osso sottile che ci separa dai sogni, dalla morte, dall'anima.

 

(dopo aver visto La Borto, monologo scritto e interpretato da Saverio La Ruina, ultima produzione di Scena Verticale, compagnia teatrale di Castrovillari, uno dei motivi per cui la Calabria stupisce senza fine persino noi calabresi, mi sono capitati, al solito, una serie di incidenti: le cose si strappano, si perciano, si bruciano: è il potere magico della parola, la parola diritta come una freccia infuocata. Provate anche voi: se vi capita La Borto non fatevelo scappare)

La Madonna del Pollino regna sugli uomini e sulla montagna

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la vecchia da giovane (Arcimboldo, Estate)

  Oggi sono stata dalle megere. Loro non vendono frutta e verdura, loro sono frutta e verdura. Hanno rami, foglie e certi sorrisi nodosi pieni di semi. Vivono nella capanna in mezzo al bosco, da dove escono, vestite di scialli e gonne di lana morticina, cariche di panieri. Attraversano qualche sentiero fra i mondi, tra funghi velenosi, libellule con occhi di fata, impronte di demoni e strade ferrate, e sbucano in via Tommaso Cannizzaro, al loro negozio senza saracinesca, senza scaffali, senza insegna.  Un giro di lampadine d’un Natale del ’56 è l’unica luce del negozio, che apre a un’ora imprecisata del mattino, tra l’alba e il primo semaforo, e chiude, invariabilmente, alle due e mezzo. 

  Lì cominciano ad allineare zucchine rotonde coltivate a miele, carciofi con le unghie e i denti, pomodori diavolicchi, peperoncini contro la malasorte, teste d’aglio, sorbe, broccoli vivi, basilico dalle foglie larghe come palme. Cavolfiori carnivori, melanzane che profumano di violaciocca. Mele di Biancaneve.

 Quella vecchia a volte resta a casa, a rimestare nel pentolone, o a incantare gli animali, o a seppellire i principi di passaggio, non so. Quella giovane è sempre presa di scirocco, coi capelli arruffati che ospitano nidi di rondine, stracci, fili di rame del vecchio impianto elettrico. Ha occhi d’un azzurro marroncino, d’un azzurro ruggine dove puoi vedere pensieri spostarsi come uccelli, pesci volanti o foglie. Qualche volta brilla oro, o acqua, persino quando si lamenta delle tasse e del freddo e agita le mani piene di bitorzoli rossi, mani di barbabietola, mani di cipolla di Tropea che fanno un tenue profumo di soffritto.
  Quella vecchia litiga col registratore di cassa, ricomincia il conto cento volte, e sbaglia sempre, perché le cose non saranno mai numeri, soprattutto le cose vive. Così i suoi 6 e 9 diventano bisce, e scivolano per il marciapiede fino al tombino. I 5 diventano polvere d’oro. Gli zeri si moltiplicano, sono ceci, uva, meloni bianchi, angurie. Il registratore di cassa non può farcela: si apre con un suono di metallo risentito e rifiuta di continuare. La vecchia pronuncia imprecazioni terribili con una voce di comando che zittisce persino i gelsi. Poi strappa tutto e ricomincia a contare: una zucca, un mondo, un tesoro, un delitto, un segreto… 
  

  Stamattina la vecchia ha raccolto un gatto. Un micio di strada, piccolo e cieco. “Ne ho altri cinque, malanova” m’ha detto con una voce dolcissima, terribile, la faccia di megera tutta illuminata, bella come un noce di cinquecento anni. Allora ho capito: sono allevatrici, loro due. Allevano creature. Che siano gatti, rape rosse, anime, rosmarino, registratori di cassa. O anche clienti come me, che vanno alla bottega delle megere per sentirsi rassicurate, per sapere che qualcuno c’è sempre, a prendersi cura del mondo, a far crescere le cose, i mici ciechi, le albicocche, la fiducia. C’è qualcuno, c’è.

Ehi, a proposito di anime, crescite e vite, c’è ancora vita, qui nella blogsfera? Boh. Sembra lo Stretto bianco in un giorno di scirocco. Però io ho scritto un sacco di post mentali, orali, telefonici, postali. Anche onirici, al limite. Però non valgono. E v’assicuro che mi spaventa, la prospettiva che tutto questo finisca per sparire, inaridirsi e sgocciolare come certe fiumare di qui, diventate di cemento. Io preferisco i sassi e l’acqua. 

Infine, per quelli di voi che abitano a Roma e dintorni: in questi giorni c’è lì, al Teatro India, fino a domenica, un amico mio che fa uno spettacolo bel-lis-si-mo. Lui si chiama Saverio La Ruina, e il suo spettacolo è  Dissonorata. Io ne ho scritto qui , un milione d’anni fa. Se potete, andatelo a vedere. E poi, col cuore perciato (perché si percia sicuro), andate da Saverio e mangiatevelo di baci per me.  

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natura morta con insanìe (Guttuso)

alla poesia non c’è rimedio
chi ce l’ha
se la gratta come rogna


 La poesia distese il suo corpo per traverso nello Stretto, e si lasciò salire addosso passi e navi per tutto il giorno. Noi la vedevamo di sgrincio, ci veniva di spalle nella sala del convegno, ma in qualche modo ci stavamo anche seduti sopra, coi piedi delle sedie affondati nella sua pelle piena d’escara e croste. Quando cambiavamo posizione, il suo immenso corpo bianco traballava, si sommoveva e produceva tremolizi e anche rumori qualche volta osceni, che stavamo ad ascoltare attentamente.
  Dopotutto, lo scopo del convegno era quello: capire, affondare il bisturi, misurare la pressione e l’atmosfera, valutare il livello dei fluidi, far domande indiscrete sui parenti e gli amici.
  La cosa curiosa era che – a differenza di tante altre volte in cui la poesia è già cadavere, e tutti in sala stanno con guanti di lattice e mascherina antisettica, e parlando lasciano uscire sbuffi di ghiaccio secco e formalina, e qualcuno a volte taglia pure sottilissime fettine di poesia stecchita con un’affettatrice professionale – questa volta la poesia era viva.
   La poesia era quella di
 Jolanda Insana, fattucchiera e mavara, pupara e prestigiatora, che sedeva lei per prima su quel corpo vasto che solo in alcuni punti poteva rassomigliarle, a stare ben attenti. Nel doppiofondo della voce, per esempio, che in basso si sgranava in un catarro spesso di fumatrice, in una parte interamente porosa e oscura che sfuggiva a tutti. Forse qualcosa nel viso, un bel viso di Gorgone che muove eventi solo con gli occhi. Forse qualcosa nell’attitudine assassina del braccio, che sembrava fatto per particolari fendenti, determinate coltellate di bellezza.
  La poesia si stendeva dal ’37 a qui, da Roma ai sobborghi piano piano inurbati di Messina, dal porto di navi bananiere e di emigranti alla carta sottile d’un’opera omnia, un libro spesso che, ad agitarlo, suona di sciare, sciarre, sonagli, barbagli, alchimie, angherie. La poesia si stendeva da un balcone dove si caliavano le cotognate al tavolo ovale attorno al quale erano seduti un tot di critici letterari e professori, però strani anche loro.
  Perché la poesia della mia concittadina Jolanda Insana (e se non è un nome profetico questo, non so quale possa esserlo), per sua natura, essendo così estranea a fanfare, bignami e pannicelli caldi, soffre d’incompatibilità assoluta coi tromboni accademici, colle madonnine infilzate e i pii languori.
  Perché per togliere le croste a questa poesia, per sopportare il suo carico di pessimo umori, per farsi battezzare col sale grosso e la rema morta, per seguire gli alterchi di vita e morte che si sciarrìano tirandosi tozzi di pane, meraviglie, aggettivi greci, grano saraceno, monete di bronzo, pescespada disamorato, boccali di follia, ci vuole stomaco, ci vuole fegato. E ci vuole anche occhio.
  Sicché tutti si drizzavano come potevano, sul corpo della poesia, e ci camminavano coi tacchi e i bastoni, e lei, Jolanda, diceva "fate, fate pure", e loro lì a tirar fuori dalle ferite sorbe, malebolge, puntesecche, madri universali, archetipi, pescestocco, poeti arabi, tenebrìe, colate laviche, voragini prime e seconde, rose fresche aulentissime, cacca, martòri, onomatopee. E lei, Jolanda, a dire: sì, quel frammento di sonetto ce lo avevo messo, ma il prezzemolo no. Sì, quella è un parola greca, si legge vogliadesìo, oppure amaroscuro, lo sapevo, ma quella no, quella è cresciuta da sola, e indicava un sostantivo a forma di agave, spinoso, di colore arraggiato, dolcissimo a mangiarlo, a masticarlo come si fa con la poesia, che alla fine è sempre un "prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpus".
  Io stavo seduta in platea, accanto a una sacerdotessa cogli occhi bovini, a commuovermi per la millesima volta su un poemetto dedicato alla madre: “non ci sarà non ci sarà e ci sarà finché c’è la parola che la dice”.  Più ci frusta più ci rende lagrimosi, la maledetta poesia, fottiverso e picchiacuore e gabbalessemi e scannaparole com’è.
  Sono piovute sillabe sulla città per due giorni interi, e noi camminavamo senza ombrello, e lei, la poetessa – che quando le ha finite appende le poesie, una per una, con le mollette, ai fili, perché prendano aria e s’asciughino, perché la circondino col loro respiro e lei possa sentirne ogni dissonanza, dal suono di foglie che fanno – la poetessa mavara e pupara stava sotto la sua stessa pioggia, seduta sulla sua stessa poesia, con un’aria di miracolo e tenerezza che, di solito, nasconde molto bene sotto la polvere da sparo.

  Io ho letto tutte le poesie di Jolanda (gerundio del verbo jolandare) Insana (presente indicativo del verbo insanire, o del verbo insanare, o più probabilmente tutti e due), e non mi sazio. M’ha passato – la passa sempre a chi la legge – la sua forza più bella. La fame.

Questo per raccontarvi che ho conosciuto una poetessa formidabile, una mavara vera, che aveva scritto nella lingua che qui parliamo senza saperlo, la koinè dello Stretto, e io infatti non lo sapevo ma ho rimediato. Una poetessa che scrive foramalòcchio, mìzzica, intrasàtto. Criatùra, lisciabùsso, ruzzolasèrpi. Che scrive cose che ubriacano come vino nero. Ci sono stati due giorni di convegno accademico, un recital, una paginatrè (questa). Ma soprattutto una frattura, una frattura che quel corpo smisurato ha aperto qui, in riva ai due mari.

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l'angelo domestico, di Mario Bianco

   L’angelo non resistette più, e alla fine si aprì un blog.
Un blog minimalista, bianco e nero, senza una sola pennellata di celeste. In alto a sinistra c’era pure la sua immagine, piccola, ritoccata col Photoshop.
C’aveva messo ore, a scattarla, con la fotocamera che prendeva di continuo abbagli, e sputava nuvole, aurore boreali, arcobaleni fuori asse. E non c’era traccia, del suo orecchino a boccola col teschio, del suo piercing al naso, del suo mascara nero assassino.
  "Accidenti" pensava l’angelo, e un tuono echeggiava in qualche alto strato dell’atmosfera, dove l’ozono è di continuo bucato dall’andirivieni di mondi e creature e ire divine di cui non sappiamo.
Eppure sembrava assai facile: ti trovi un nick, scrivi il tuo indirizzo di posta, un paio di cliccate, un template. E che ci vorrà mai. I blog nascevano ormai più fitti dei fili d’erba, e da quando la circolare 89000.pigreco aveva equiparato le creature virtuali a quelle reali c’era tutto un traffico di custodi e angeli protettori che sobbalzavano a ogni vagito e ad ogni clic.
  "E io che sono, il figlio della serva?" s’era detto l’angelo, che di sua natura era piuttosto invidioso degli uomini e delle due cose inesauribili che essi sembrano avere: la sopportazione e le idee. E dei blog, naturalmente.
Certe volte se ne andava di nascosto in un internet point, mimetizzato con la folla in anfibi e piume d’oca che lo circondava da ogni lato, si connetteva col pensiero e leggeva un sacco di blog che gli piacevano molto. Blog leggeri e aerei, blog acquatici, blog pesanti con mandibole d’acciaio. Blog di carta di riso, blog sporchi di maionese, blog con un tenue odore di cannella. Blog cinesi e birmani, blog messicani e speziati, blog in lingue morte o immaginarie che lui leggeva senza sforzo.
Certe volte lasciava pure un commento, firmando "a." con la minuscola, e capitava che gli dessero dell’anonimo e lo bannassero pure, al che lui s’intristiva tanto che, attorno, le piante morivano e le mosche ci restavano secche.
A volte caricava l’Ipod, ma ci metteva tanta roba che ne risultava una babele incomprensibile persino a lui. E poi in servizio non poteva portare gli auricolari, nemmeno nascosti tra i riccioli.
  Era quasi diventata un’ossessione: leggere, commentare, seguire i feed.
E ogni tanto qualcuno gli faceva pure: ma tu non ce l’hai un blog tuo? E lui doveva ammettere che no, non ce l’aveva, ma gli sarebbe tanto piaciuto.
Così lo aprì, finalmente.
Col nick animapersa.
Bel blog.

Tutta questa premessa perché quel folle di Proteus, alias giowanni, alias Giovanni Monasteri, ha piazzato nei suoi Feaci un e-book audacissimo composto a quattro mani da me e  Mario Bianco, pittore scrittore poeta cartografo folle e rappresentante dell’anima sulla terra. I protagonisti sono angeli, appunto, e case. Angeli stravaganti, che mangiano carbone o piangono lacrime di nafta, e talvolta persino esplodono nell’aria sottile (l’illustrazione è l’acquerello dedicato da Mario all’Angelo domestico, quello che candeggia la roba di dio, perde con lui a briscola e gli trova le soluzioni senza darlo a vedere. Una moglie, in pratica). Le case invece muoiono, con tutto il loro immenso assortimento di cose invisibili che non è possibile portare via, nemmeno col trasloco, nemmeno con gli esorcismi.
  Io ho scritto una serie di assurdità, Mario invece ha dipinto cose bellissime, coi suoi acquerelli molto poco acquerellici e assai energetici, con una predilezione per rossi e aranciati e gialli che ardono come piccoli soli felici.
Insomma, l’e-book è questo, ma vi do un consiglio: a parte l’introduzione, magnifica, di Zena Roncada – che conosce tutte le esagerazioni dell’affetto ma resta una delle penne più fini e pregevoli che io abbia letto in queste lande e in tante altre (sì, l’ho sempre pensato: lei scrive con penne d’angelo, ormai è chiaro) – guardate solo le figure.

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Il Che che c'è

angeli carnivori a banchetto col Che (Chagall)

   E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Maria (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).
 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente”, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

 

   In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.
 


l'angelo elicottero porta in cielo il che (Chagall)

 

   Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – fanno quarant’anni giusti oggi: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

l'ala caduta (Durer)

 

  “Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare miti senza perdere il passato.

lezione d'anatomia, da Mantegna

   E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

 l'ala caduta (Durer)

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: "eccheccazzo, il Che detestava l’alcol". In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

Aggiungo una cosa: il bel post di atvardi,  qui , sulle foto dei morti e il peso dell’anima. Qual è il peso dell’anima (no, 21 grammi no)?

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scatola di cioccolatini di N.

 La Signora del Cioccolato è piccola, avvolta in se stessa in un modo che pochi possono sospettare. E’ composta di sottilissime sfoglie di cioccolati amari e dolci, tutti accumulati negli anni.
 Chi non la conosce potrebbe pensare che attinga fuori di sé la sua capacità di confezionare i dolci che escono dal piccolissimo laboratorio in una strada parallela al lungomare, spalle allo Stretto, di fianco alla Villa Comunale da cui svettano gli eucalipti e le altre piante prigioniere. Possono pensare che le praline ripiene di mandorle, di castagne, di nocciole, di polpa di mandarino, le scorzette di limone e arancia coperte di fondente, le uova cosparse d’oro o intarsiate siano esclusivamente frutto d’ingegno artigiano, dita felici e gusto. E invece no.
Io so con certezza che la Signora del Cioccolato ogni volta racconta qualcosa, qualcosa che le appartiene intimamente.
 Io so che quando scioglie il cioccolato nella ciotola di rame lei sussurra qualche cosa, ed è un bisbiglio distinto che si trasmette alle molecole di teobromina, alle fibre della bacca frantumate, alla pasta di burro. Io so che lei racconta di anni imprecisati, di persone scomparse, di dolori sciolti a fuoco lento nella ciotola di rame stagnato del suo cuore accogliente. Io so che nel suo fondente ci sono gocce di passato aromatizzato allo zenzero, al peperoncino, alla rosa canina. Io so che quando farcisce le mezzelune c’è dentro un pergolato di limoni d’una casa al mare, dalla parte ionica – quella lunga e sabbiosa che dispone alle dimenticanze – e quando compone, una per una, le collezioni di praline nelle scatole di cartoncino marrone fatte venire dalla svizzera in realtà  sta allineando le piastrelle di maiolica d’una casa in montagna, un viale di foglie rosse, un numero imprecisato di partenze e ritorni. Io so che, a volte, ci sono anche gli scogli della parte tirrenica – quella drammatica e violetta tormentata dalla roccia e dalla memoria.
 Mi pare di riconoscere, in quel modo esatto eppure appassionato di manipolare il cioccolato, di sposarlo, dividerlo, moltiplicarlo, dirigerlo, infonderlo, trattenerlo, lo spirito più antico della Signora, la sua capacità di tollerare il dolore e trasformarlo in bellezza.
 Riconosco il suo distinto amore per la geometria, per la giustizia, nei grembiali bianchi delle lavoranti, nella disposizione esatta delle scorzette sui teli, negli spigoli vivi delle scatole, nella cadenza ortogonale dei fiocchi di stoffa rigida che avvolgono le confezioni.
 Riconosco la sua felice anarchia negli spruzzi d’oro delle uova di Klimt della collezione di quest’anno (sono allineati sulle mensole, belli da non poterli mangiare, o da mangiarli due volte, ché gli occhi non sono mai sazi e poi lo sappiamo che il cioccolato è un cibo che nutre direttamente l’anima). Klimt ha deposto uova nel suo laboratorio, e anche Chagall, e Mirò. Forse pure Dalì le ha suggerito un uovo di tigre, di leone marino, di vascello. Nelle sorprese di cioccolato, avvolte in gusci di cioccolato che stanno dentro capsule di cioccolato che stanno dentro le uova di cioccolato, riconosco l’ironia della Signora del Cioccolato, la sua arguzia segreta, il suo convincimento che niente sia come appare ma che ci siano molte apparenze l’una dentro l’altra e la verità non sia che la loro somma eccedente o difettosa.
 Nel gioco di pieni e vuoti, oro e nero, agro e dolce, frutta e fiore riconosco le ambivalenze che respiriamo in questa terra di confine, profumata di zagara e bitume, addolcita di limoni, sale, aceto, resa aspra dal miele, dalle acacie.

 Reggio ieri sapeva di lontananze e gelsomino, mescolava i richiami tropicali della primavera ai brividi della stagione vecchia (che non era l’inverno, però), portava in giro i pollini per le strade ventose, prometteva il mare da tutti gli angoli, faceva sbocciare fiori spontanei attorno ai guard rail, lungo i muri, nelle immaginazioni. La Signora del Cioccolato, nel suo laboratorio segreto, scavava tra le primavere trascorse e presenti e future, sognando di tradurle in cioccolatini, barrette, pastine, ovetti e gusci.

Ieri sono stata nella mia città di prima, in questo gioco di andirivieni che è stare tra le sponde (ma forse è la vita intera, un gioco di andirivieni). La primavera batte furiosa, e cercavo di sfuggire al suo imperio, ma nella bottega della Signora del Cioccolato non c’era un rifugio invernale: anche il suo cioccolato fioriva e s’arrampicava per le dorsali dei monti, tra gelsomini e campanule, persuadendoci che tutto voglia ricominciare, anche noi.  La Signora del Cioccolato è stata una grande amica dei miei genitori,  in un passato imprecisato in cui – insegnante d’inglese, moglie e mamma – covava la sua arte, la raffinava a fuoco lento senza nemmeno saperlo.  Stava preparando il cioccolato a venire, la sostanza duttile, fluida, infinitamente comprensiva capace di accogliere ogni cosa nel suo abbraccio scuro, consolatorio, pieno di promesse vicine, vicinissime, già qui.

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le catacombe nella notte dopo gli uomini (Pedro Cano)

 Ristorante, sabato sera tardi.
Ristorante carnivoro – tagliate, filetti al sangue, coste di bufalo, chianine – scaffali di vini rossi, ragazze bluastre o magenta o prugna – stivali puntuti, speroni, piume, metallo romano-barbarico, rimmel waterproof, orli a crudo alti sulla pelle della pancia –  pouff di pelle bianca, catacombe sotto il livello della piazza.
Sediamo in un tavolo a tre. Io, D. e M., il fratello remoto.
 Io e D. di fronte, M. spalle alla sala, la sua bella testa di fauno bianco rivolta verso una nicchia della catacomba. Chiacchieriamo veloci e leggeri, le parole salgono come fumo e si disperdono contro le architravi: la città antica allarga là attorno le sue dita di pietra cava, le volte a botte sopravvissute al terremoto, le camere nascoste sigillate, i camminamenti tra i palazzi invasi da topi, liquami, segreti. Ho un lieve disagio a stare là sotto, nella pancia vuota della città che rimbomba di passi, i passi del sabato sera che cancellano tutti i rumori.
 Io e D. prendiamo bistecche al sangue, syrah, patate cotte alla brace. M. no.
Conforme alla sua natura candida, ordina un budino di mandorle, pandolce con lo zucchero, frutta cotta al caramello.
Ci racconta la sua vita presunta. Viaggi, finestre, premonizioni. Parodie, palcoscenici, ricordi. Armadi, vagoni letto, amici morti da tempo.
Annusa a lungo il vino raccolto nel calice di cristallo, di certo avverte la frutta rossa, il pepe, la traccia dell’animale che corre, il fiato corto. Muove adagio il bicchiere, continua a sentire a occhi chiusi. Non beve, non beve mai.
La cameriera – una ragazzina con le spalle piccole, l’aria delusa, la coda di cavallo bionda un poco sfilacciata – gli si avvicina, gli toglie qualcosa dalla giacca.
“Scusi, ha una piuma”
”Oh sì – fa lui – le perdo sempre”.
Mi allarmo, gli dico sottovoce: “Attento, te l’ho detto di stare attento”.
La ragazza si ferma, interdetta, piccolissima nel grembiule amaranto: “Scusi, lei è un angelo?”.
Lui si guarda attorno, nervoso. “Non dica niente, la prego” sussurra alla ragazza, la sua voce rotonda che disegna alcuni cerchi a terra, prima di perdersi contro le pareti a calce.
“No, no, sto zitta” fa lei, le spalle più strette, gli occhiali che scivolano sul naso.
Posa con delicatezza la piccola piuma bianca sul tavolo: “Questa è sua”.
“Grazie” fa M., la prende tra le dita e la ripone in tasca.
La ragazza resta lì, a guardare M. che non proietta alcuna ombra, alla luce della candela. Lui si gira molto lentamente e le sorride, da indeterminate profondità.
Lei balbetta, indica il calice: “Non beve?”
Lui scuote il capo: “Mai, in servizio”.
Lei sorride, e fa un passo di lato. Ha qualche parola che tormenta nella bocca, ma non vuole farla uscire. Fa un cenno col capo e se ne va, veloce, piccola, malamente bionda, piena di domande.
Noi sorridiamo, M. continua ad annusare il vino, mangiare zucchero, raccontarci di altre cose. Ogni tanto tocca la tasca, senza avvedersene.
Più tardi, mentre andiamo via, la ragazza si avvicina a M., sotto l’arco della catacomba, dove l’ombra disegna un angolo largo: “Ma lei può fare qualcosa?”.
E stringe un tovagliolo, e stringe le spalle e le labbra. Trattiene il fiato.
M. la guarda di nuovo, con uno sguardo attento, di quando legge in lingue estinte, o guarda foto di sconosciuti, o viaggia di notte ai confini del mondo. Dopo un minuto abbastanza lungo – il sabato è tutto dentro la notte, la catacomba è mezzo metro più in basso, Natale s’è avvicinato d’un poco, le tracce di sangue e sugo di cottura sono più spesse, nei piatti vuoti, il Syrah nel fondo dei bicchieri respira ad ampie boccate, io e D. ci scambiamo tenerezze – M. le dice: “Stia tranquilla”. Spande una pace densa che sento persino io, un metro più in là.
La ragazza annuisce in fretta e si lancia per le scale, scuotendo la coda bionda striminzita: il suo “grazie” si sgretola sui gradini.
Usciamo, e l’aria non è nemmeno fredda.

Sabato sera non vado mai in nessun posto, perché il mondo è infernale. Farolit dice che "aprono le gabbie", ed è vero. La notte è occupata da frastuoni, passi, voci che si chiamano senza dire nulla. Così si raccoglie solo in alcuni angoli, a volte nello Stretto, che di notte è tutto nero e geloso, e non puoi vederla più. A volte nelle foglie dei ficus magnolidea, che sono primordiali e avvezze ai segreti interminabili. Meglio nascondersi, o camminare solo in presenza del proprio angelo.

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