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Archive for ottobre 2005

pittura marginale

Stai attento, non ti sporgere dal bordo.
Scrivi dentro ai margini.
Non camminare sull’orlo.
Imbastisci e poi fai l’orlo, a doppio filo.
Ritaglia il bordo.
Segui il profilo.

 Ma non c’è niente da fare: i bordi si prendono tutto lo spazio, lo sguardo si spinge oltre il bordo, e il passo anche, e i confini, i confini si spostano di continuo in avanti, come i desideri, col loro orlo tagliente. Dalle ferite – che sono fatte di margini, carni divise, labbra – sgorgano sangue, fragole, bemolli. Sogni singoli e doppi, valigie di cartone, scialli e ventagli, numeri decimali.
Le ferite aprono nuovi margini, che poi si chiudono.
I passi aprono nuovi confini, che poi separano ciò che hanno unito.
Lo sguardo, e le parole, sono ferite e passi.
E hanno magnifiche ombre, che sono un profilo pieno di buio, tutte margine.

 Di questo, ma anche di molto molto altro, parlano – stavolta – i margini di sacripante!, scritture metamorfiche e inimmarginabili che si sporgono sempre dal bordo (sono inquiete, di notte ululano e mormorano e sussurrano e mugolano, e ci inquietano sempre un poco, di là dal recinto).
Potete guardarle da sotto, appese come germogli, prede o lampade di carta. Potete guardarle da sopra, sbilanciate quasi a cadere di sotto, nel mare, dove le onde disegnano altri profili, bordi di schiuma, orli che dividono l’indivisibile acqua.

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SCIROCCO E LEVANTE

era sicuramente scirocco e levante

 La trovò nel pollaio, in un giorno di scirocco e levante che pesava come il piombo.
Lo scirocco uno lo sente prima di alzarsi, a letto con gli occhi chiusi: le cose si fanno più pesanti, specialmente il corpo, e ogni cosa costa fatica doppia, specialmente pensare.
Così, mentre non pensava a niente e si muoveva pianissimo – anche il tempo funziona molto lentamente, quando è scirocco e levante, e i giorni possono durare settimane intere – la scoprì in un angolo del pollaio, piena di paglia e cacca di gallina.

 La riconobbe subito, perché c’aveva confidenza, e sapeva pure che ogni tanto se ne trovano, da qualche parte. Non che ne avesse viste mai, questo no, ma non poteva essere un’altra cosa, e poi l’aria era di gomma e il futuro quasi del tutto finito, perché era scirocco e levante.
La prese con delicatezza – era come un uovo, ma più grande e con la forma sbagliata – facendo attenzione a non romperla, la pulì un poco e la guardò. Era opaca, piena di piccole macchie, d’un colore di quelli che esistono solo nei giorni di scirocco e levante: un azzurro arancione spento, come quando speranze o farfalle finiscono contro un muro. D’altronde, il cielo pure sembrava tutto sbagliato, arancione azzurro cupo, con nuvole insistenti controvento che sbattevano tra loro come assi, o litigi.
L’acqua era sorda, i rumori cavi e non c’era proprio niente che brillasse, fino all’orlo del mondo.
 Così lei si rassegnò, e se la portò a casa, dentro il fazzoletto – era bianco spento, perché era scirocco e levante, e comunque aveva i bordi neri, perché c’era un lutto da finire ancora per un sacco di tempo.

 Il fatto è che a casa non sapeva proprio dove metterla: nel sottoscala, dove tenevano i sacchi di carbone e le giare dell’olio, e l’aria sapeva d’alloro, le pareva male, e poi c’era buio; sul comò l’avrebbero vista tutti, e poi non era mica un regalo di nozze, altroché. Non se la sentiva di chiuderla in un cassetto, o, peggio, di metterla in un angolo della madia, vicino al pane. Così la piazzò sul tavolino dell’angolo, in mezzo alle foto dei morti col lumino e il mazzolino di fiori finti. Spostò un poco la nonna vecchia, che s’era addormentata mentre le facevano il ritratto ed era venuta con gli occhi chiusi e i mezziguanti, e anche il fratellino piccolo, quello che era così piccolo che l’avevano dovuto fotografare da morto, dentro la cassa, con la cuffietta coi pizzi che gli teneva chiusa la bocca e lo sguardo finto. Lì ci stava bene, però.

 Molto più tardi, alla fontana, quando incontrò le altre che riempivano gli orci – ma l’acqua era zitta e limacciosa e non c’era niente da fare, finché non metteva a maestro – lo disse.

Con la mano davanti alla bocca, parlando un poco piano ma non tanto – che poi comunque i suoni cadevano subito per terra, perché erano pure loro troppo pesanti, e si dovevano trascinare i piedi in mezzo a rumori di tutti i tipi e parole tutte ammaccate – lo disse, con gli occhi bassi e un sorriso che era una piega, solo da un lato.
 “Oggi ho trovato una piccola morte”.

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RITORNO

il ritorno

  Quando lo trovarono pensarono a una sirena: aveva il corpo verde, una testa selvaggia, gli occhi disperati e accecati dalla luce. Era irresistibile, e pesava maledettamente: lo issarono sulla barca a forza, vincendo l’abbraccio di limo del mediterraneo e del tempo. Tiravano e spingevano, gli uomini, assordati dall’urlo della creatura che riempiva d’alghe lo specchio cavo del cielo. Dimenticarono i pesci e le reti, dimenticarono la costa ch’appariva e spariva nella caligine, dimenticarono le donne e le lampade che li attendevano.
 Fu una lotta furiosa, come solo sul mare accade. Un braccio della creatura si spezzò, precipitò roteando, con un rumore di scudo, verde nel verde del mare. Gli uomini piansero di rabbia, mentre la creatura piangeva lacrime marine dagli occhi bianchi, perché ogni rinascita è dolore.
 Infine lo tirarono fuori, e l’adagiarono su un letto di reti – palamitari e sciabicùni longhi. Le prime cure furono d’acqua dolce, e d’un dialetto in cui brillava il bronzo vecchio della sua propria lingua. 

  Aveva perso ogni cosa: la pelle di pantera, la coppa di vino, il tirso. Aveva perso le braccia, una gamba, l’avorio degli occhi. Avevo perso i compagni. Aveva perso soprattutto il suo dio, capretto e tralcio, mainòmenos e lysios.
Aveva perso millenni cuocendosi nel brodo caldo del Mediterraneo – il cui letto è tappezzato di dèi caduti, oro annerito e anfore vuote.

 Ora è solo quell’istante di volo, le spalle tese come ali, i capelli come una fiamma, il capo rovesciato, la schiena arcuata.
Nel buio della sala, il suo bronzo tormentato brilla più dell’oro.
Tratteniamo il fiato al suo salto, che è sempre il nostro. 

 

 Oggi è tornato a casa il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Cortigiano di Dioniso, era diretto chissà dove, chissà con chi, quando il mare artigliò con dita di naufragio la sua nave. E’ stato a lungo in Giappone, sospeso con cavi invisibili davanti agli occhi d’un altro mondo, quattro o cinque mondi lontano dal suo. Ora è di nuovo qui .

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