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Bilancio – La crisi cosmica, causata dall’allineamento delle finanze mondiali, in opposizione alle economie emergenti del Sol Contante, ce l’ha proprio con voi. Le vostre entrate diminuiranno. Ma anche i soggiorni e persino i bagni. A meno che non abbiate qualcuno che paghi a vostra insaputa. Combattete dunque il malumore,  perché nessuno possa dire che vi trova Malinconico.

Cancro – Purtroppo, siete spacciati. Anche perché farvi curare dalla sanità pubblica è stata una pessima mossa. Ma se vi fate seppellire in cantina, qualcuno potrà continuare a riscuotere la vostra pensione.

Scorpione. No, Salamandra. Va beh, Blatta – Congratulazioni, siete capaci di sopravvivere a tutti i climi e a tutte le situazioni, dai governi berlusconi alle elezioni alle bicamerali ai congressi della sinistra: praticamente, siete D’Alema.

Toto’ – Ma mi faccia il piacere. A capo di una rivolta contro tutti gli onorevoli Trombetta (per non parlare di quel Trombone del padre) capeggerete i nuovi indignati, al grido di “Miseria è nobiltà”.

Vergine – No, con la plastica non vale: non siete mica la Santanchè.

Pesci – Lo sappiamo, non ve li potete permettere da molto tempo: avete allevato un capitone nel serbatoio condominiale giusto per mettere qualcosa a tavola a Natale. Il consiglio per quest’anno è: pescate meduse nelle acque del porto.

Né carne né pesce – Ti chiami Pierluigi, hai un cognome che comincia con la B e hai il vezzo di arrotolarti spesso le maniche della camicia. Quest’anno realizzerai appieno tutte le tue potenzialità: non ti succederà assolutamente niente.

Leone – Sì, d’accordo, sei il miglior re degli ultimi 150 anni. La foresta è felice, a parte quei depressi rompicoglioni pessimisti dei comunisti che continuano a blaterare di disboscamento e inquinamento delle falde. Il clima è meraviglioso, e il buco dell’ozono e il riscaldamento del pianeta sono invenzioni dell’opposizione. Fra due anni sconfiggerai i monsoni e sposterai l’equatore più a nord. Intanto, raccontando di essere vegetariano, ti accompagni alle giovani gazzelle e alle nipoti dell’ippopotamo. Il consiglio intanto è: attento ai predatori tecnici.

Leghista – Anni difficili per voi. Vi chiudono i ministeri, vi controllano gli scontrini, poco ci manca che vi tocchino le quote latte. Intanto la Padania non batte moneta e non difende i confini, i meridionali sono dappertutto, specialmente i Cosentini, e vi tocca pure difenderli in Parlamento. Sarete tentati di appendere l’elmo con le corna al chiodo. Non fatelo: voi siete essenziali all’ecosistema, come le zanzare, le piattole e le verruche.

Pensionato – Ogni mattina un pensionato si sveglia e sa che deve correre più in fretta dell’aumento dei prezzi e delle nuove tariffe dei carburanti, o non potrà sopravvivere. Ogni mattina un governo si sveglia e sa che deve attaccare le pensioni più in fretta, e aumentare Iva e tariffe, o non potrà sopravvivere. In Italia, ogni mattina non ha importanza che tu sia un pensionato o un governo: devi correre.

Precario – Sei l’ultima ruota dell’oroscopo. Anzi, tecnicamente non dovresti nemmeno essere qui: il tuo contratto è scaduto l’anno scorso, sei in mobilità ma tanto lo Zodiaco è stato trasferito in Serbia, dove le previsioni costano meno. Prova a scrivere a Santoro.

ps: Standard & Poors ha declassato il nostro Zodiaco, e non possiamo più permetterci dodici segni. Da quest’anno i segni saranno undici, con aliquota al 21 per cento e Imu al termine di ogni semestre.

 

Mi chiedo
dove sono andati
a finire
i miei soldi.
In quali ospedali,
ché qui ti devi portare le lenzuola,
e se ti porti il medico
è ancora meglio.
In quali autostrade,
ché la Salerno-Reggio
è piuttosto
una macchina del tempo.
In quali scuole,
ché qui chiudono
per mancanza di insegnanti
di aule
di lavagne
di carta igienica
di carta e basta.
Ditemi quali stipendi
ho pagato:
del poliziotto
senza benzina,
del giudice
senza tribunale,
dell’infermiere
senza corsia.
Fatemi camminare
nelle città
che ho finanziato:
con gli autobus
che ho pagato
tra le aiuole
che ho seminato
sulle strade
che ho asfaltato.
Fatemi illuminare
dai lampioni
che ho pagato
di tasca mia.
Fatemi passeggiare
sui ponti
sullo Stretto
(ne ho già pagati cinque,
mi pare),
tra le opere
grandi e piccole
e soprattutto
le opere medie.
Fatemi sedere
nei parchi
negli spazi verdi
tra le panchine
dove siedono
i vecchi soddisfatti
per la pensione
che io sto pagando
per loro.
Presentatemi
i poveri
che ho sostentato
i bambini
che ho protetto
i disoccupati
che ho aiutato.
Fatemi passare
negli uffici
che ho costruito
perché ci passassero
le carte
che ho pagato
e gli impiegati
che ho stipendiato
per far funzionare
ponti, strade e città
e tribunali
e ospedali
e altri uffici ancora
e uffici degli uffici.
Fatemi vedere
dove stanno lavorando
chini su un foglio
dritti davanti al monitor
curvi su un microscopio
tutti gli studenti
tutti i ricercatori
tutti gli scienziati
che ho pagato
coi miei soldi.
Fatemi passare
davanti alle finestre
di quelle case
per persone sole
vecchie
abbandonate
maltrattate
che pure ho pagato io
e ho le prove.
Ho trent’anni di ricevute.
Vi ho pagato
fino all’ultimo
centesimo.
Almeno ditemi
quanti vitalizi
sto pagando
di democristiani estinti
socialisti dimenticati
repubblicani
liberali
e socialdemocratici trapassati remoti.
E i missini
e poi i socialisti nuovi
e i polisti
e i forzanovisti
tutti sulle mie spalle.
Coi loro portavoce
e portaborse
e segretarie
e autisti
e cuochi
e barbieri.
Fatemi entrare
in quei palazzi santi
dove non pagano l’Ici
ma dove i miei soldi
sono entrati
come contributi
doni
regalìe
decime.
Fatemi ammirare
anche da fuori, per carità
la magnificenza
delle Istituzioni:
le ho pagate io.
Continuo a pagare
lo stipendio
a questo Paese.

Dopo sei anni, sono costretta a cambiare casa: il mio blog manginobrioches.splinder.com  sta per chiudere, e già mostra segni di invecchiamento e morte. La sua memoria si fa lenta – e noi che l’avevamo creduta eterna! – le sue risposte ai comandi incerte.  C’è un sacco di vita, raccolta lì, e non solo nell’epoca in cui i blog dicevano tutto, prima che arrivasse la macchinetta dei social network a renderci le cose più brevi, a moltiplicare illusoriamente la nostra voce, dividendola.
Ci sono due strade, adesso: lasciare che affondi, come un’Atlantide della memoria, oppure espiantarlo e trasferirlo qui, come un basilico, come un cuore. Per adesso si ricomincia, quasi nuovi.

 

Entro nella stanza, mia madre solleva gli occhi: buongiorno, figlia.
Mia nonna chiude con un gesto la tenda dello sgabuzzino del sottoscala. E’ un luogo stretto, che finisce a punta e contiene solo meraviglie: alloro, limoni, angeli, noci, rocce di luna, sale grosso, prìncipi, castagne secche, aglio, chiavi, un macinino da caffè, estati, collane di sorbe, tintura di iodio, fantasmi, formaggio pecorino, coltelli, pepe nero, vendette, rosmarino, ciccioli di maiale, terracotta, armi da fuoco.
Mio padre prende il sole sulla panca, sotto la vite americana che allarga foglie aperte come mani.
Mio nonno pulisce il fucile, pensoso e metodico, allineando i pezzi sul tavolo di noce.
Mio zio Francesco, che fu ucciso a colpi di lupara in una strada aspromontana, si toglie il fango dalle scarpe, nell’entrata, e chiama sua moglie con un richiamo di cerbiatti, o foglie o uccelli di passo.

Il paese raddoppia, nel giorno dei morti. In tutti gli angoli c’è qualcuno intento a qualcosa, perché la vita è talmente indivisibile che nemmeno la morte ce la fa. Hanno portato castagne per la sagra, fiori per le lapidi, bottiglie per la fontana, pietre per i filari, ciocchi per la stufa, dolci di mandorla per la tavola: i vivi, che cercavano i morti, i morti, che aspettavano i vivi.
S’incontrano senza darlo a vedere, come assorti gli uni negli altri, percepibili solo in brevi trasalimenti, in spifferi di freddo, in pensieri improvvisi e trasversali.
Fa freddo, che non è un freddo strettamente terreno, in quest’autunno tropicale e confuso, dove i glicini si sentono autorizzati, e persino i tigli alzano la testa dal letargo, sobillati nelle loro profondità odorose di tarda primavera. E’ un freddo interamente montano e nitido, con l’effervescenza speciale dell’aria secca e sottile, asciugata dai castagni che si muovono mormorando orazioni. Più su, al Bosco delle Fate, i faggi scendono fermi e sottili verso il limitare della strada, sigillando il confine tra i mondi.

La cugina Càtera m’ha baciata sulla fronte: “Il mio cuore ti voleva vedere” m’ha detto, cogli occhi azzurri di certi laghi segreti della montagna. Poi è uscita, passando attenta tra le ginocchia dei morti vestiti a festa, seduti in silenzio nelle sedie del tinello, il cappello in mano.
Le zie, intanto, preparavano il sugo e le coste di capretto con le olive nere, e la nonna vecchia, bella come una colomba di centocinque anni, passava ad assaggiare col cucchiaio di legno, leggera come il fumo del braciere.
I morti si mettevano in posa per uscire nelle foto, dove apparivano come un disturbo d’argento, un’ombra della vite scontrosa, un sasso per terra, una trasparenza nella rete del cielo. Qualcuno mangiava lentamente i dolci: le ossa di albume e zucchero, la frutta di pasta di mandorle, i pasticcini di castagne. Non facevano briciole.
Il sugo sobolliva, e dalla campana della chiesa pioveva un suono di metallo rotondo che s’allargava nell’aria cadendo a valle, entrando nella boscaglia impenetrabile sotto la quale si nasconde l’età sconosciuta della montagna. I morti scalavano le pareti di roccia, scendevano lungo i torrenti asciutti, attraversavano con calma i sentieri, portavano orci, sacchi di juta, canestri, reti per le olive. Gli ulivi rabbrividivano sotto la pelle secolare, stanchi da mille anni, pazienti da mille anni. Per loro siamo tutti morti.
“Ma siamo, tutti morti” diceva Catera seduta a capotavola parlando con nonna Vincenza, il bel viso ancora pallido per le febbri. Le zie si passavano la teglia di polpette, chiocciando. Zia Mariella tagliava il pane dopo aver benedetto il coltello, e posava le fette sulla tovaglia, come una comunione. Le mani si allungavano, dei vivi e dei morti, a prendere il pane e le benedizioni.
Eravamo tutti lì attorno, vivi e morti, con pensieri e dolori e gioie che c’attraversavano a casaccio, e nessuno sapeva dire di chi fossero, o da dove venissero. Fuori, il buio s’andava raccogliendo fin da mezzogiorno – come fa sempre (c’è quest’inganno della luce nascosta sotto il buio, e del buio rivestito interamente di luce, che non sappiamo capire) – spandendosi sotto la pelle delle contrade, raccogliendosi piano nelle conche, infilandosi sotto i cespugli bassi. Non lo sapevamo, ma ce lo sentivamo tutto attorno, come un cerchio attorno al cuore.

Della patonza

Quando il dibattito politico si fa duro, allora occorre farsi una doccia fredda e riflettere (no, non ricoricarsi nel lettone di Putin).
Signori, la patonza è una cosa seria, serissima. Tutta la mia generazione, e un paio d'altre dopo (come sapete, le generazioni sono ormai velocissime: in dieci anni ce ne sono anche tre in fila)(no, non dietro la porta del Papi) credeva di aver cambiato, a se stessa e al resto del mondo, la percezione della patonza.
Da bene-rifugio a bene condiviso. Da bene familiare trasmissibile con regolari sponsali e/o compravendita a libero bene in libero amore. Da moneta di scambio e occulto progresso sociale a moneta del Monopoli, ovvero spendibile a scopo unicamente ludico e ad alto tasso di reciprocità, comprando gli unici beni, per definizione, senza prezzo (dunque di solo valore): amore, piacere, gioia, condivisione, scambio.
A cavallo delle patonze liberate siamo volate davvero per ogni dove, e anche da nessuna parte: siamo rimaste a fare le fidanzate, le mogli, le madri. Ma una patonza libera è libera per sempre, e dà lezioni di libertà. A chiunque.
E la sua – la nostra – vittoria principale era stata proprio l'abolizione del mercato. La patonza per noi è letteratura, sentimento, emozione, corpo, conoscenza, ironia, immaginazione, passione, gioco, bellezza, identità, valore. Qualunque parola che non sia "mercato". E non c'è mercato per il non-mercato. Per fortuna.
Ma la lezione di libertà (e non di liberismo) della patonza non è arrivata ovunque, o forse i tempi maledetti dalla tv e dal mercato – l'orrido mercato globale che ci avvolge, anche qui mentre crediamo di scrivere su liberi tasti in libero web, il mercato totale a cui questo mondo di Borse e caimani tende asintoticamente – hanno lavorato contro le cose per definizione più fragili e colossali di questo mondo: le cose senza prezzo. Le cose che bisogna sudarsi e non comprarsi.
Ora quell'individuo che alligna a capo del nostro governo ha pronunciato, senza saperlo, la parola (perdonatemi per il campo semantico) chiave: patonza. Ma l'ha pronunciata nella sua lingua disgustosa, non nella nostra.
La lingua del prezzo, degli affari, degli interessi. La lingua di suoni gutturali e gestacci. La lingua degli esercizi di sottomissione, della prostituzione intellettuale e fisica. La lingua che non avvicina, non comprende, non immagina.
Caro premier, la patonza gira. Meglio, la patonza si gira, quando Lei passa, e fa una smorfia di disgusto. Lei non capirà mai la patonza, si rassegni. Penserà di comprarla, ma sarà solo una finzione. Lei, signor premier, mi fa molta pena: vincendo tutto, o credendo di vincere tutto, non sa quello che si perde.

 

Una patonza libera

 

 

 

L'ultima casa resisteva a ogni vento, ma cigolava fin nelle ossa. Era inclinata come certi alberi, con le radici di fuori, che l’onda quando batteva forte gliele bagnava d’acqua salata, e poi il sole le sbiancava come dita. L’ultima casa non ci poteva niente, ad abbatterla o anche solo a scoraggiarla.
Teneva gli occhi quasi sempre chiusi, con le persiane a mezzo e le tende che gli restava uno spiraglio, una linea scarsa ma tanto la luce di ferro dello Stretto entrava tutta in una volta, e s’allargava per le stanze.
Aspettavano solo che la vecchia morisse, e anche la casa aspettava: che si stancassero, o che il mondo finisse. Tanto, il tempo cambiava, sulle rive del mare, e nelle stanze circolavano varie specie di passato e futuro, senza incontrarsi per forza.
Qualche volta si vedevano le trivelle scendere sui fondali e incastrarsi nelle rocce, e poi restare lì e diventare tane di murene, alberi di corallo nero o pezzi del palazzo reale degli dei. Oppure passavano le navi-città, lente e incastellate fino al cielo, e le auto e i negozi si specchiavano fuggendo nei vetri della casa. I ruderi del Ponte, o forse erano i piloni immensi in costruzione, lunghi fino alla luna, larghi centomila miglia marine, non crescevano mai. Gli operai non si vedevano più, e nemmeno i pescatori che allineavano le canne sugli scogli.
Più spesso erano i bambini a tuffarsi, bambini di cento o duecento anni, perché da molto tempo nessuno camminava sulla spiaggia, da quando i bidoni s’erano corrosi col sale dei due mari, e avevano lasciato uscire i vapori radioattivi.
La vecchia nemmeno se ne ricordava: continuava a vedere bagnanti col cappellino, e aerei futuristi che venivano a bere poco prima del tramonto, le carlinghe scintillanti che scomponevano la luce nei colori primari, e arcobaleni perfettamente ortogonali che tagliavano l’orizzonte. La vecchia era talmente vecchia che non distingueva più ciò che ricordava da ciò che aveva immaginato. Tale e quale a dio.
L’ultima casa sospirava solo in certe serate arancioni, quando sirene morte tornavano a cantare, e le stelle marine con otto o nove punte risalivano dal fondo, o forse erano le stelle del cielo, che erano dure e bagnate, a scendere roteando, e chiunque avesse sentito quelle voci avrebbe provato come un fastidio, una nostalgia, come una piega rigirata lì, dove nessuno aveva più un cuore.

Il Paese si sgretola, e il Ponte è lì, immenso, a campate in aria, proprio dove non si campa più, le attività si spengono, il cemento s'è mangiato le spiagge e i mutui il cemento, le famiglie sono salvagenti del Titanic, a galla ma in mezzo agli squali, a galla ma in mezzo al niente. Il Paese si sgretola e loro continuano a lanciare bandi, pubblicare editti, espropriare e inappropriare. Loro continuano, proprio come l'orchestrina del Titanic.  Loro continuano, e il Ponte che non c'è getta comunque ombre, di qua e di là e sopra e sotto lo Stretto. Loro continuano, e il Ponte di bugie, nero come il futuro, si disegna nell'aria, persistente come un male.

Oggi Repubblica ne parla, qui.

Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli avevo risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze (ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua, intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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