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Archivio per la categoria ‘impossibilia’

cano44_prodigo

Pronto?”.
E allora?”.
Papà?”.
Papà”.
Papà… ma da dove chiami?”.
Oh non lo so. Non importa. Come stai?”.
Papà, ma come…come è possibile?”.
Non è possibile, forse”.
Ma tu non credevi alle cose impossibili”.
Ma tu sì”.
Sì, io sì. E quindi non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile”.
Oh, papà”.
Uh, non piangere, non so quanto possiamo parlare”.
Sei felice, soffri, ti manchiamo?”.
No, no, le domande le faccio io: siete felici, soffrite, vi manco?”.
Papà ma che dici: certo che ci manchi, mi manchi tutti i giorni. All’inizio non sapevo come avrei potuto fare a continuare”.
Poi si continua. Oh, anche qui, si continua”.
Lì dove?”.
Niente di che, non ha importanza”.
Sì che ce l’ha. Ma c’è mamma, con te? Dove sei, che posto è?”.
Ah, mamma, sì, l’ho intravista. Sai, qui ognuno sta per conto suo”.
Come per conto suo? E il nonno? E la nonna?”.
Ho detto che le domande le faccio io. Mio nipote è cresciuto, mi pensa?”.
Sai come sono i ragazzi, dimenticano tutto… “.
No, quelli sono gli adulti. O i morti”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “adulti””.
Papà! Ma ti sembra il caso di scherzare?”.
Onestamente sì. A te no?”.
Beh sì, hai sempre ragione tu”.
No, non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile. Oh papà”.
Dai, basta singhiozzi che non ti capisco, la linea è disturbata. Raccontami le altre cose: com’è il mondo, è migliorato? Tu sei sempre comunista?”.
Certo che no, certo che sì: il mondo è peggiorato, e io sono comunista sempre più invano”.
Semmai sempre più a proposito. Un mondo che non ha bisogno di comunisti è un mondo perfetto”.
Papà! Non lo avresti mai detto, questo”.
L’ho sempre pensato, solo che ora posso dirlo”.
Ma da dove parli, con che cosa stai parlando?”.
Uffa, non ha importanza: ho una voce, no?”.
La tua voce, papà. Sai quanto mi manca: la voce è la cosa che se ne va prima, eppure che resta, là in fondo. Pensavo che non l’avrei risentita mai”.
La voce è un’impronta, sai: qui ce le prendono quando entriamo”.
Ma lì dove?”.
E scrivi ancora?”.
Certo che scrivo. Come potrei consolarmi, altrimenti. Non c’è consolazione, papà”.
Sì che c’è. Ora lo so che c’è”.
Tu sei consolato? Sei felice?”.
Felice? Che parola bizzarra. Nessuno sano di mente può essere felice. Poi se è pure morto”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “felice””.
Oh papà”.
E basta, non posso sentirti piangere. Dimmi qualcosa di ridicolo: chi governa lì?”.
In questo momento quasi nessuno. Abbiamo fatto le elezioni ma forse ci ribecchiamo un governo tecnico, se va bene”.
Tecnico? Tutti i governi devono essere tecnici, sEE sono buoni governi”.
Ma qui non abbiamo buoni governi dai tempi dei comizi curiati, papà”.
E tu per chi hai votato?”.
Sempre per quelli che perdono”.
Ne hanno più bisogno, allora”.
Papà, ma che mi fai dire, chissenefrega. Sto parlando con te! Dopo otto anni!”.
Appunto, vuoi piangermi addosso tutto il tempo? Il Cavaliere che fa?”.
Ti prego, non ricominciare. Non voglio litigare con te come prima. E poi ci sono un sacco di cose che non hai visto e non sai. Altro che imprenditore illuminato e giustiziere della magistratura”.
Oh lo so, lo so”.
E come fai a saperlo? Lì leggete i giornali?”.
Figurati. La cosa più materiale che c’è qui è qualche nebulosa”.
Qui la cosa più chiara che c’è è qualche nebulosa…”
Ecco, ora va meglio, se riesci a scherzare. Comunque lo so: la crisi, la povertà, la paura. Queste cose arrivano pure qui senza giornali”.
Ma lì dove, papà? E ora che succede?”.
Niente, ci salutiamo e tu vai a preparare il pranzo. Sai ancora cucinare, no?”.
Oh papà, pensi che ora tutto tornerà come prima?”.
Certo. Succede praticamente da sempre. Fidati. Ora devo chiudere”.
Papà, aspetta. Mi chiamerai ancora?”.
Non so, forse sì, ma forse no. Qui è strano”.
Papà, ti voglio bene”.
Lo so, anche io. Ciao figlia”.
Non mi avevi mai chiamata figlia”.
Le cose impossibili succedono, figlia”.

clic

Per la festa del Papà, che era ieri, mi sono regalata una telefonata impossibile. Perché le cose impossibili, almeno, le puoi scrivere per farle succedere.

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Della gardenia

Non vengo a capo, delle gardenie.
Ogni volta mi consentono d’avvicinarmi, m’allacciano con le volute del loro interminabile profumo, mi promettono viaggi all’indietro, soddisfazioni del cuore, memorie condivise e poi invece niente.
Il loro ritrarsi non è misurabile, qualche volta non si percepisce neppure: sono talmente presenti, talmente dentro l’istante, talmente affondate fino all’elsa nel tempo che saresti tentata di pensarle qui, assieme a te e alle cose. E invece no.
Il grado d’assenza delle gardenie non si può valutare in alcun modo. L’orlo verso cui ti spingono è lo stesso da cui t’affacci per veder vorticare, in fondo, più in fondo, le loro girandole stellate dirette all’infinito, con sicurezza leggiadra.
Sono fiori compatti, d’un bianco talmente fitto da essere impenetrabile (e quando lo screzia di verde una giovinezza appena più aspra sanno negarlo bene, una volta dischiuse). Eppure, socchiudendo gli occhi, vedi chiaramente come siano fatte di tanti strati aderenti e sottili, similmente all’anima, della quale comprendi meglio la natura presente e sfuggente, quando t’approssimi senza pregiudizi alla gardenia.
Come i baci, non puoi sentirle appieno ad occhi aperti, perché il loro genere d’incanto funziona in vari mondi, non strettamente contemporanei, qualche volta persino nemici. Anche se non hanno nemici, le gardenie, pur non avendo una natura pacifica. Non nacquero per incendiare, come i tigli, né per sciogliere il pianto, come il glicine. Non furono forgiate in forma di fiore assoluto per proclamare supremazie, come le orchidee. Non sanno niente degli esercizi di splendore concentrato delle rose, che comunque restano tutte al di qua della barriera animale della vita.
Le gardenie no, invece.
Sono carnose, pregne, enigmatiche come solo certi corpi, fatti di carne, come solo i ricordi che si levano in forma di vapori dai corpi – le memorie, le chiamano – come solo il dolore del non esistere più, del tempo, del dopo e della morte, che soli sanno conferire grazia funerea, assoluta, straziante ai corpi.
Sono infatti fiori strazianti, in qualche misura. Il loro profumo è un cigolìo tormentoso, come certi violini, come certi tanghi che sono una sola corda sottile di metallo che disegna tutte le nostalgie, come certe assenze che aspiriamo, chiudendo gli occhi, pieni di doloroso qui e adesso che è invece mai più e in nessun luogo.
D’altronde, muoiono con la stessa tenacia dei corpi, ingialliscono e marciscono in vita con un attaccamento superiore, di natura animale. Muoiono vigili, a occhi aperti. E non abbandonano, neanche per un attimo, la loro sicura direzione d’altrove, il loro convincimento, la loro insensata, irresistibile promessa.

Ho comprato da uno spacciatore le prime gardenie. L’ho fatto per bulimia e irrefrenabile tendenza allo smodato, perché in un aprile che cade di novembre non possono esserci vere gardenie. Ma noi tossici della malinconia siamo disposti a tutto. Oggi è pure la Giornata del libro: ogni gardenia è un libro. Sappiatelo, quando la leggete e vi legge dentro.

Qui una versione “parlata”, dono di una preziosa amica:

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Umano e disumano

Umano qualche volta si ferma, si dice “sei un cretino”, torna indietro, qualche volta si scusa, sempre si vergogna. Disumano ha sempre ragione.
Disumano chiude gli occhi ogni volta che può.
Umano sostiene lo sguardo, anche per anni interi.
Disumano di solito comincia nel proprio baricentro, e finisce lì. Umano è talmente vasto che a volte gli sembra di non avere confini, e si sente assurdamente molteplice e solo, ma poi gli passa.
Umano è impuro, pieno di dubbi. Disumano nutre solo certezze, come pirañas nella vasca.
Disumano ti dice che non può pagarti quanto dovrebbe, ma mica perché lui è cattivo: sono le multinazionali, che lo pagano poco per le sue arance, così è meglio che ci perdi tu. Le arance, che sono molto umane, tacciono, sugli alberi.
Disumano divide il mondo in mercati che funzionano e mercati che non funzionano. Umano va a comprare lì, e non gli bastano i soldi. Disumano allora dice a umano che deve aumentare la produttività e fare sacrifici. Umano stringe i denti e la cinghia, ma a volte non perde nemmeno il cuore. Il cuore umano è molto molto grande: può prendere interi isolati. Ci sono case con tutti i cuori appesi fuori dalle finestre, o nei terrazzi condominiali, o nelle aiuole: i giardinieri del comune stanno attenti, quando tagliano l’erba. Anche se, si sa, un cuore umano può essere tagliato anche molte volte, ma ricresce uguale, e pure di più.
Il cuore disumano è dubbio che esista, come certe ossa antiche nelle ali degli uccelli: è più una reliquia anatomica che un organo. D’altronde, nemmeno il cuore umano è, strettamente, un organo: è più una struttura, un esoscheletro, un processo digestivo e metabolico, un arto e un’arte. Il cuore umano è opponibile: si oppone, quando qualcosa turba il delicato equilibrio enzimatico della giustizia e dell’amore. E’ infatti capace di indignazione, che è una facoltà tipica del cuore umano, e di pochissimi altri organismi viventi e qualche volta morenti.
Disumano, per capriccio, a volte vuol comprarsi cuori umani, ma non gli riesce mai: sono tutti falsi fatti a Hong Kong, da operai umani che ridono come pazzi.
E’ dubbio se si possa nascere umani e diventare disumani, e viceversa, ma gli umani sono tutti convinti che sì: che umani sarebbero, se non credessero fermamente che l’impossibile è necessario? L’impossibile a volte li premia, e accade, perché anche lui è umano.
Disumano conta, calcola, divide, moltiplica ma soprattutto sottrae. Umano condivide: la somma è sempre zero. Zero è un numero molto umano, infatti.
Disumano si fa gli affari suoi, per umano tutto il mondo è affar suo. Che fatica, essere umani.

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Mia madre e la Szymborska saranno pessime vicine di casa, troppo simili, troppo difformi. La tranquilla saggezza dell’una irriterà il caos veggente dell’altra,  e viceversa: si contenderanno comete, maggiolini, gambi di sedano. Ciascuna coverà risentimenti, e stenderà i panni come fosse una guerra, una piccola guerra di posizione: la calabrese furente, la polacca senza limiti. Vicine di casa sui balconi e tra i paesaggi un po’ sfocati dell’eterno (“Tutto qui?” avrà pensato Wislawa disfacendo i bagagli – pugni di sale, inchiostri, istantanee di nulla, ombrelli smarriti,  mezzi biscotti, catene di pi greco – e poi: “L’avevo detto, io, dove c’è il Tutto c’è l’inganno del nulla, dietro l’angolo”).
S’ignoreranno, per un po’, incuriosite e stizzite da quella convivenza stretta: i cieli sono angusti, e sempre più affollati, e quando sei anziana i mezzi pubblici sono difficili da raggiungere. Dovranno condividere tramonti opachi, albe a casaccio (li mettono su per non disorientare i morti, ma l’Ufficio Meteorologia per lo più studia sui quadri impressionisti, mentre sarebbe assai meglio una copia qualsiasi di “Oggi fotografo io”), tazze di zucchero, torrenti, mattine di Natale (in cielo è Natale ogni due settimane, per decreto).
Eppure, le piccole cose correranno spontaneamente nelle loro mani, i piccoli animali, gli scarti della creazione – papere a tre zampe, meduse volanti, alligatori vegetariani, panda microscopici, cugini con sei dita – si rivolgeranno a loro.
Dalle loro cucine all’unisono si leveranno profumi che raccontano ogni cosa: cucinare è come scrivere, è chimica dell’anima. Mia madre aggiungerà più peperoncino, Wislawa spezie che non so pronunciare. Tutte e due il loro ingrediente segreto, comune.
La Vita passerà a prendere una tazza di caffé, la Morte le guarderà dal bordo del prato, agitando la mano: risponderanno al saluto senza nemmeno pensarci. Non c’è vita, dopotutto, che almeno per un attimo non sia immortale, e loro due – mia madre e Wislawa – ne sono la prova persino adesso, così distanti e perpetue, così ineffabilmente presenti, scritte, ricordate, intrecciate al nostro telaio d’aquilone, al nostro incannucciato di carne, pensiero, frattaglie.
Saranno buone vicine, dopo un poco: scopriranno che entrambe parlavano con dio, e lui rispondeva allargando le braccia. Scopriranno che tutte e due sapevano recidere i fiori con un solo sguardo, e si guardavano bene dal farlo.
Mia madre racconterà di quando incontrò il soldato tedesco morto nel fosso, gli occhi celesti pieni d’acqua e di sorpresa – lo stupore dei morti, la meraviglia dei morti, l’incredulità dei morti: “i più zelanti ci fissano fiduciosi negli occhi/perché secondo i loro calcoli vi troveranno la perfezione”– e si sentì su quell’orlo, sul quel bilico in cui stai per comprendere la legge del Tutto e del Nulla, il loro invisibile equilibrio che passa per il tuo centro, qui nel petto, dove pulsa la stessa parola, come nelle tempie e nei polsi: sì sì sì sì. Le parlerà dell’identica sensazione davanti allo Stretto, che lei, solo lei sapeva suscitare, ogni mattina, appena prima dell’alba, dal terrazzo.
Wislawa le descriverà la coerenza d’una cipolla, anche una sola, con un solo gesto allineerà nel giardino un osso di dinosauro e un cappuccio di penna bic, le parlerà diffusamente di bosco misto, lavorìo di talpa e vento.
Tutte e due beffate e tradite dalla vita che, sotto forma di altra vita, era cresciuta loro dentro, inestirpabile e, parliamoci chiaro, nemmeno chiaramente distinguibile da loro stesse, e quasi impercettibile tra tutti quei bulbi, baccelli, antenne, pinne, trachee, piumaggi nuziali e pelame invernale del mondo dei viventi.
Tutte e due ricompensate dalla vita – qualunque cosa fosse, e nemmeno loro lo sapevano, che pure l’interrogavano ogni sera – perché ci sono mani che ancora le amano, che pensano a loro nella forma religiosa delle parole allineate una dopo l’altra, che parlano di loro nel modo pensante delle mani, che le tengono in gioco nel pianeta in preda ai suoi sussulti e contorcimenti e ingorghi.
Ne avranno di tempo, per conversare e dirsi d’accordo, ma tacitamente, da buone vicine che s’apprezzano ma pure si disapprovano: “Com’è esagerata” penserà Wislawa, perché non conosce, non ancora, la parola calabrese “tragediatura”; “Com’è
affilata” penserà mia madre, patendo un poco lo sguardo della polacca, che non tollera veli: lei che non credeva nella poesia dovrà ricredersi, e le costerà moltissimo. Wislawa si sentirà rassicurata: mia madre non ha mai scritto una poesia in vita sua. “In molte famiglie nessuno scrive poesie… a volte la poesia scende a cascate per generazioni, creando gorghi pericolosi nel mutuo sentire”.
Due donne orgogliose, enormi, persino imbarazzanti per dio, che fingerà di passare per caso da lì solo per dare un’occhiata, e sentirsi sempre un po’ sorpreso, vedendo dove possono arrivare, queste mortali dalla testa dura e il cuore avido, così immerse nei grandi numeri senza perdere il vizio della singolarità.
Guardandolo che si gratta la barba le due donne si daranno di gomito e alzeranno la tazza in un brindisi. In silenzio. Perché persino l’eternità, per quanto lunga, sarà sempre breve. Troppo breve per aggiungere alcunché.

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