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Archivio per la categoria ‘catalogo dei pazzi’

quarto stato oggi

Cercavo la sinistra, stamattina.
Al mercato, la sinistra erano marito e moglie al loro banco di verdure, le  dita marroni tra cui sparivano i centesimi di quell’economia minima, fondamentale che girava, vestita male, sofferente, in mezzo alla gente, dieci centesimi di qui, otto di là, perché ci sono vite misurate in centesimi, uno sull’altro, dalle quattro del mattino alle otto di sera, e poi a letto.
Quell’economia piccola, smunta, guardava alla sinistra, ma mica la riconosceva: si guardavano senza conoscersi, senza poter fare nulla l’una per l’altra, forse senza nemmeno esistere, l’una per l’altra.

La sinistra era il garzone marocchino, la pensionata che toccava i cavolfiori uno per uno, il custode del parcheggio seduto sul bizzolo, ero io che stavo contemporaneamente in due piazze diverse: quella dei centesimi, dei cavolfiori, delle cassette di legno che oggi sono cassette domani sedili dopodomani legna per il forno, e quella che mi portavo in tasca, dentro l’aifòn, quella virtuale dove invece di passeggiare scriviamo, invece di comprare linkiamo invece di gridare ritwittiamo e mi chiedevo se fossero la stessa cosa, quelle due piazze, e dove mai si potessero incontrare, oltre che – fortuitamente e malamente – nella mia persona.

Mi chiedevo come e dove quella sinistra, quella scritta e proclamata, linkata e ritwittata, potesse mai incontrare i cavolfiori della pensionata, l’economia dei centesimi, le cassette di legno spostate dal garzone marocchino. Dove la sinistra materiale, quella dei prezzi, dei diritti, dei contratti, delle relazioni, diventasse la sinistra immateriale delle parole, e forse quella irreale delle votazioni a scrutinio segreto e dei segreti a scrutinio palese. La sinistra che non sa nemmeno di esistere e la sinistra che esiste in un modo che nessuno di noi comprende, per alzata di mano e coltello nello schiena. In mezzo noi, il corpo elettorale per metà incorporeo, dissolto nella nuvola di status, tweet, link, che tutti assieme fanno una voce incredibile ma anche nessuna voce, non più dell’uno vale uno che sottoscriviamo con la matita copiativa, nella cabina di legno durante quel rito povero, laico, spartano che è la democrazia esercitata, la democrazia applicata talmene capillare e minima che nemmeno noi la comprendiamo per intero.

Mi chiedevo come convertire una piazza nell’altra, scambiare link con cavolfiori e sguardi con diritti, e matite copiative con parole e scelte che ridiventano centesimi, legno, cavolfiori, banchi della frutta e verdura. E anche segretari di partito che dicono cose che condivido o quantomeno rispetto, e portavoce che portano voci sensate, meditate, limpide, nutrienti.

Non so se il Pd è morto, so che la sinistra non può morire. Ma non so esattamente come farla vivere, con questo suo corpo così bello, inafferrabile, mezzo piazza e mezzo parola, mezzo cavolfiore e mezzo matita, mezzo me mezzo chissà.

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bbb

Nell’Italia che volevo il leader della sinistra era Berlinguer, e soprattutto esisteva una sinistra.
Nell’Italia che volevo la sinistra era un modo di ascoltare, accogliere, armonizzare.
Nell’Italia che volevo il nome “Mussolini” (e scritto così non sottintendeva “Alessandra”) non si doveva nemmeno sentire, tra le pareti di Montecitorio.
Nell’Italia che volevo c’era la supercazzola del Conte Mascetti, ma non Rocco Siffredi.
Nell’Italia che volevo un nome limpido e pesante come quello di Rodotà era la prima scelta, e tutti s’accapigliavano a sostenerla per primi.
Nell’Italia che volevo la Prima Repubblica non riceveva 521 voti.
Nell’Italia che volevo Berlusconi era un palazzinaro brianzolo che raccontava barzellette al suo capomastro.
Nell’Italia che volevo Bersani era alla pompa di benzina, a smacchiare i parafanghi.
Nell’Italia che volevo Alfano faceva l’assistente avvocato che portava i caffè (beh, come ora, in effetti).
Nell’Italia che volevo Gino Strada era ministro della Sanità, anzi della Salute.
Nell’Italia che volevo la Costituzione non aveva bisogno di una guardia del corpo elettorale.
Nell’Italia che volevo ogni governo era tecnico perché competente, e politico perché capace di mediazione e ascolto.
Nell’Italia che volevo al Colle andava il meglio.
Nell’Italia che volevo la maggioranza era un insieme di minoranze che riuscivano ad andare d’accordo, perché uno vale uno ma la gran parte o tutti non valgono più di ciascuno.

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cano44_prodigo

Pronto?”.
E allora?”.
Papà?”.
Papà”.
Papà… ma da dove chiami?”.
Oh non lo so. Non importa. Come stai?”.
Papà, ma come…come è possibile?”.
Non è possibile, forse”.
Ma tu non credevi alle cose impossibili”.
Ma tu sì”.
Sì, io sì. E quindi non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile”.
Oh, papà”.
Uh, non piangere, non so quanto possiamo parlare”.
Sei felice, soffri, ti manchiamo?”.
No, no, le domande le faccio io: siete felici, soffrite, vi manco?”.
Papà ma che dici: certo che ci manchi, mi manchi tutti i giorni. All’inizio non sapevo come avrei potuto fare a continuare”.
Poi si continua. Oh, anche qui, si continua”.
Lì dove?”.
Niente di che, non ha importanza”.
Sì che ce l’ha. Ma c’è mamma, con te? Dove sei, che posto è?”.
Ah, mamma, sì, l’ho intravista. Sai, qui ognuno sta per conto suo”.
Come per conto suo? E il nonno? E la nonna?”.
Ho detto che le domande le faccio io. Mio nipote è cresciuto, mi pensa?”.
Sai come sono i ragazzi, dimenticano tutto… “.
No, quelli sono gli adulti. O i morti”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “adulti””.
Papà! Ma ti sembra il caso di scherzare?”.
Onestamente sì. A te no?”.
Beh sì, hai sempre ragione tu”.
No, non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile. Oh papà”.
Dai, basta singhiozzi che non ti capisco, la linea è disturbata. Raccontami le altre cose: com’è il mondo, è migliorato? Tu sei sempre comunista?”.
Certo che no, certo che sì: il mondo è peggiorato, e io sono comunista sempre più invano”.
Semmai sempre più a proposito. Un mondo che non ha bisogno di comunisti è un mondo perfetto”.
Papà! Non lo avresti mai detto, questo”.
L’ho sempre pensato, solo che ora posso dirlo”.
Ma da dove parli, con che cosa stai parlando?”.
Uffa, non ha importanza: ho una voce, no?”.
La tua voce, papà. Sai quanto mi manca: la voce è la cosa che se ne va prima, eppure che resta, là in fondo. Pensavo che non l’avrei risentita mai”.
La voce è un’impronta, sai: qui ce le prendono quando entriamo”.
Ma lì dove?”.
E scrivi ancora?”.
Certo che scrivo. Come potrei consolarmi, altrimenti. Non c’è consolazione, papà”.
Sì che c’è. Ora lo so che c’è”.
Tu sei consolato? Sei felice?”.
Felice? Che parola bizzarra. Nessuno sano di mente può essere felice. Poi se è pure morto”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “felice””.
Oh papà”.
E basta, non posso sentirti piangere. Dimmi qualcosa di ridicolo: chi governa lì?”.
In questo momento quasi nessuno. Abbiamo fatto le elezioni ma forse ci ribecchiamo un governo tecnico, se va bene”.
Tecnico? Tutti i governi devono essere tecnici, sEE sono buoni governi”.
Ma qui non abbiamo buoni governi dai tempi dei comizi curiati, papà”.
E tu per chi hai votato?”.
Sempre per quelli che perdono”.
Ne hanno più bisogno, allora”.
Papà, ma che mi fai dire, chissenefrega. Sto parlando con te! Dopo otto anni!”.
Appunto, vuoi piangermi addosso tutto il tempo? Il Cavaliere che fa?”.
Ti prego, non ricominciare. Non voglio litigare con te come prima. E poi ci sono un sacco di cose che non hai visto e non sai. Altro che imprenditore illuminato e giustiziere della magistratura”.
Oh lo so, lo so”.
E come fai a saperlo? Lì leggete i giornali?”.
Figurati. La cosa più materiale che c’è qui è qualche nebulosa”.
Qui la cosa più chiara che c’è è qualche nebulosa…”
Ecco, ora va meglio, se riesci a scherzare. Comunque lo so: la crisi, la povertà, la paura. Queste cose arrivano pure qui senza giornali”.
Ma lì dove, papà? E ora che succede?”.
Niente, ci salutiamo e tu vai a preparare il pranzo. Sai ancora cucinare, no?”.
Oh papà, pensi che ora tutto tornerà come prima?”.
Certo. Succede praticamente da sempre. Fidati. Ora devo chiudere”.
Papà, aspetta. Mi chiamerai ancora?”.
Non so, forse sì, ma forse no. Qui è strano”.
Papà, ti voglio bene”.
Lo so, anche io. Ciao figlia”.
Non mi avevi mai chiamata figlia”.
Le cose impossibili succedono, figlia”.

clic

Per la festa del Papà, che era ieri, mi sono regalata una telefonata impossibile. Perché le cose impossibili, almeno, le puoi scrivere per farle succedere.

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Berlu e Alfano

“Scrivi, Angelino:

Veniamo noi con questa mia addirvi che, scusate se sono poche, ma vi vogliamo restituire l’Imu ingiustamente pagata, specie che quest’anno c’è stata una grande moria tecnica delle vacche, che quando governavamo noi medesimo di persona erano grasse, e non magre come ora. Che poi, come voi ben sapete, non ci hanno fatto proprio governare, per colpa – scrivi Angelino: col-pa – dei giudici comunisti, delle maree, della Costituzione. Punto. Punto e virgola. Due punti – che non dicano che siamo provinciali, che siamo tirati, che siamo di sinistra: abundandis abundandum, come dice Ghedini.
Questa moneta, che voi potreta, potreta – femmina, è femminile, Angelino – riscuotere alle poste, o con bonifico bancario, questa moneta servono a che voi vi consolate dal dispiacere che avete avuto un professorino come Monti al mio posto, e che scrivete, scrivate – è congiuntivo, Angelino, chiedi a Capezzone – sulla scheda: Berlusconi presidente. Pre-si-den-te: è aggettivo qualificativo, Angelino.
Perché il presidente è presidente che merita, che pensa al bene dell’Italia, che tiene la testa al solito posto (si tocca la patta). Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola.
Salutandovi indistintamente… salutandovi indistintamente…il Pdl che siamo noi – apri una parente e dici che siamo noi. Hai aperto la parente? Era la nipote, no? Lo hanno votato tutti che era la nipote! Chiudila! – in data odierna.

Abbiamo vinto, Angelino”.

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satiro

No, ma dico, cosa volevate, Excalibur? Pensavate davvero che sarebbe bastato mettere Berlusconi davanti a tutte le sue matasse di contraddizioni, di bugie pietose, di finzioni perché si sciogliesse come i vampiri centenari alla luce del sole?
Che dicesse: “Cribbio, Santoro, ha ragione: come posso dire una cosa e il suo opposto? Come posso affermare davvero che in diciassette (ripeto per i non udenti, non guardanti, non pensanti: diciassette ndr.) anni non ho fatto assolutamente nulla perché la Costituzione è bastarda e lega le mani di chiunque, gli alleati sono lagnosi, le maree e i cicli lunari avversi e il destino cinico e baro? Come posso dire che l’Imu è stato un tranello del governo Monti quando l’ho voluta e votata? Come posso difendere la banda di ladroni, criccaroli, fioriti e mignotte che mi sono portata dietro e ho infilato in tutti i buchi liberi dello Stato? Cribbio, Santoro, mi consenta, mi sa che voto Vendola, stavolta”.

Ma siete matti?

Ieri sera, a Servizio Pubblico, è andato in scena l’estremo tentativo (estremo perché credo sia difficile che si ripeta: ci toccheranno tutta una serie di plastici e plastiche da Vespa & altre Mediasettate, spot, santini e altra fuffa) di compiere l’esorcismo, di piantare il paletto di frassino della realtà (dei fatti, delle cifre, delle dichiarazioni fatte, scritte e sottoscritte) nel corpo da zombie non di Berlusconi (lui semmai è più una mummia cinese) ma del Berlusconismo. Un corpo enorme, largo quanto l’Italia, lungo quanto diciassette anni. Un corpo come quello degli zombie: tecnicamente morto e decomposto (in effetti, puzza), ma che si continua a nutrire della carne e del sangue altrui. Il nostro, tecnicamente.

Ieri Santoro e i suoi, con modalità e stili diversi, hanno portato fatti, dati, cifre, contraddittorio. Scontrandosi con l’unica, vera, immensa qualità di Berlusconi: la sua irriducibilità.
Perché lui non dice menzogne: lui nega sistematicamente la realtà. Lui ha una serie di bugie di scorta – e, a onor del vero, anche una resistenza fisica suprema – che gli consentirebbero di reggere qualsiasi contraddittorio all’infinito.
“Lei ha governato per 17 anni, e gli ultimi 8, come mai non è responsabile di nulla?”
“Perché quando mi sono dimesso andava tutto bene, i ristoranti erano pieni”.
Lei aveva una maggioranza bulgara, in Sicilia 61 parlamentari su 61, come mai dice che non poteva operare?”.
Perché la Costituzione lega le mani a chiunque”.

Ora, un confronto è possibile solo se gli avversari sono d’accordo almeno su un piano: il principio di realtà. Non è questo il caso.
Dunque, l’unica cosa da fare è presentare comunque le contraddizioni, perché almeno da fuori siano ben visibili – e magari supportate da filmati, articoli di giornale, testimonianze (ricordatevi Maroni e Tremonti) – e, inoltre, agire di ironia, ribaltare nell’assurdo quel che come assurdo nasce ma viene posto come realtà. Esattamente quel che ha fatto Santoro: l’unico che finora io abbia visto (smentitemi, se riuscite) a ironizzare con Berlusconi (e che poi questo sia stato un momento televisivamente e spettacolarmente riuscito, non diminuisce la portata della cosa).

(A proposito, sull’altro capo di imputazione, ovvero il presunto accordo scellerato dietro le quinte, ritengo sia da stupidi far finta di non sapere che c’era un accordo tra le parti, formale, sulle regole del confronto, o altrimenti Berlusconi col cappero che sarebbe mai andato a farsi spennare. Ma era sulle regole, non era un inciucio stile Lega, per dire).

Di solito invece, dovete ammettere, gli intervistatori (quelli veri, ovviamente, non le badanti in studio come Barbara D’Urso) vengono come colti da catatonia e stupore traumatico, davanti alle balle spaziali di Berlusconi.
Perché una balla spaziale è roba seria, credetemi.

Qualche tempo fa, in una strada di Roma, ho visto un gazebo. C’era un tizio molto distinto con una pila di depliant. Asserivano che presto scenderanno dai cieli i nostri fratelli alieni Elohim (giuro che è vero, leggete qui: http://it.rael.org/rael), nostri creatori, a salvarci.
Ho discusso per mezzora, con quel tipo. Era esattamente come Berlusconi ieri: impenetrabile a qualsiasi principio di realtà.
La scienza? Un inganno internazionale. Le prove scientifiche dell’esistenza degli Elohim? Esistono, ma sono occultate per screditare il movimento. Scherzare, coi seguaci degli Elohim, è impossibile. E provate a scherzare con la Biancofiore o la Santanché, per dire.

Beh, Santoro – che, sia detto con chiarezza, non mi è mai piaciuto – è riuscito a ironizzare con Berlusconi (“Se lei ha davvero chiamato al centralino Mediaset, io mi faccio suora”; “Questa è ancora più grossa di quella del centralino, via, non è da lei, lasci perdere”). E l’ironia è sempre il grimaldello della realtà. Ma è, appunto, un grimaldello, non un bazooka.

Vi prego, non facciamo tutti il più berlusconiano degli errori: credere che la tv e la realtà siano la stessa cosa. Non lo sono, anche se l’una può influenzare l’altra fino alle estreme conseguenze (e non sto parlando della realtà).

E ancora. Travaglio, lui, l’insopportabile Marco Travaglio, ieri ha fatto un editoriale bellissimo. Un editoriale per lui inconsueto: quello su ciò che Berlusconi – ripeto qui, colui che ha avuto la più grande e solida maggioranza della storia della Repubblica – non ha fatto. Quello che parlava dell’unica cosa che Berlusconi è e sarà, è stato e continua a essere: il Nulla.
  Un nulla non inoffensivo, statico, remoto, ma contagioso, dinamico, zombificante.

La contro-lettera a Travaglio, inoltre, è stata un ottimo colpo – se stiamo parlando di show, però io vorrei che vi concentraste su quella cosa insignificante, che sta lì ai margini dello show: la realtà – ma decisamente era pietosa. La laurea tardiva era al livello delle accuse di calzini turchesi a Mesiano, il riferimento a Montanelli patetico (conoscendolo, il vecchio di Fucecchio, un vero vecchio di indomita giovinezza, non come la mummia decrepita, si sarà rigirato nella tomba), l’elenco delle cause contro Travaglio (qualunque giornalista militante e aggressivo come lui ne ha decine, di querele e di cause: vi ricordate quante ne ha Sallusti, per dire? E chiedete a un qualunque direttore di testata), e per giunta cause civili, non penali, è stato davvero triste. Bene ha fatto Santoro a interromperlo: non stava, davvero, aggiungendo nulla.

Ora, leggere – a botta calda, già nei tweet di ieri, e oggi su tanti siti e giornali – che nel “duello” Berlusconi ha vinto, solo perché non ha perso il sorriso (e, a parte che quel sorriso glielo ha fatto il chirurgo e ormai resta sempre così, non è nemmeno vero: mentre parlava Giulia Innocenzi lui aveva gli occhi a fessura e i pomelli di un arancione rovente. Quando gli hanno rigirato la frittatona della DeutscheBank era stizzito, altroché: andatevi a guardare YouTube), non si è disfatto in lacrime, non si è convertito come l’Innominato, non ha baciato Santoro, mi pare davvero enorme.

E mi dice con chiarezza che questo paese non ha speranze. Moriremo berlusconiani. Cioè zombie. Cinesi.

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Papi e Lilli

Noi crediamo all’evoluzione della specie. Anche se più spesso dobbiamo riconoscere l’involuzione, della specie. Ma ciò non basta a farci desistere: siamo stati capaci di votare la sinistra per vent’anni, e continuiamo imperterriti, dopotutto (anche se non so se si tratti di evoluzione o involuzione).
Comunque, fidandoci dell’evoluzionismo, ieri sera avevamo sperato: se la scimmia è diventata pitecantropo, homo abilis, homo erectus e homo sapiens (vabbè, Calderoli rovina la sequenza, ma cerchiamo di non pensarci) allora v’è qualche speranza.
La progressione, d’altronde, sembrava identica: Bruno Vespa, Barbara D’Urso, Massimo Giletti, Lilli Gruber e, domani, Michele Santoro. Qualche speranza, quindi, ce l’avevamo.

Dico, qualche speranza che il Papi nobile del Pdl, Colui Che Mantiene Le Promesse (Ma Soprattutto Le Mantenute), il più grande presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, si facesse davvero fare qualche domanda, interrompere durante i monologhi da Ionesco, mettere – addirittura – in difficoltà con quel vecchio trucco: dirgli la verità in faccia. Una cosa che il suo cerone arancione non ha mai subito, e alla quale potrebbe essere sensibile come superman alla kriptonite o Formigoni alle ricevute fiscali.
Anche se, in fatto di ceroni, tiranti e siliconi ieri era proprio un bel derby: se a Porta a porta si smaltisce, di solito, l’umido e l’indifferenziato, a Otto e mezzo si smaltisce la plastica. E ieri, in studio, ce n’era più che nell’intera Santanché.

   Comunque ci era quasi sembrato possibile, quando, appena entrato, Silvio aveva annunciato di essere diventato nonno per la settima volta – comunicando nome (PierRiccardo), peso e lunghezza del neonato – e Lilli, asburgica, non aveva D’Ursato né Vespato, anzi aveva detto piuttosto severa che si doveva parlare di cose che interessano a tutti gli italiani, sgrunt. Pubblicità.
Noi ci avevamo sperato, quando a quel “Nonno!” era stato opposto un fiero “No! No!” che somigliava quasi al nostro.
Ci eravamo detti che nella sfida Siliconate Asburgiche contro Stirati Cinesi potevamo persino vincere.

Decisamente, gli ultimi diciassette anni non ci hanno insegnato niente.
Dopo “nonno”, la terza parola che Silvio ha detto è stata “Costituzione”. La solita Costituzione a delinquere che gli ha legato le mani e tarpato le ali, bocciando tutte le sue leggi, impedendogli assurdamente di usare gli strumenti normali di qualsiasi governante: il decreto legge e l’editto papale.
La Costituzione, d’altronde, stabilisce che un premier è uno che non conta niente, che non ha voce in capitolo, che non decide nulla e si deve limitare a fare l’appello delle sedute e l’elenco della cancelleria. Praticamente, un Alfano.
Ed eccola, dunque, la mossa geniale: se la Costituzione vuole un Alfano, noi ce lo abbiamo già, diamoglielo e basta. Silvio può sempre fare il ministro dell’Economia, come i sinceri alleati della Lega gli hanno suggerito giusto ieri. (Su queste colonne abbiamo già commentato: Silvio ministro dell’Economia è come Jack lo Squartatore primario di Chirurgia)(ma non ditelo alla Polverini, o lo assumerà subito al Gemelli).
Così, ecco la giusta risposta a quell’inganno abominevole della Costituzione: una coalizione senza premier. Voi la votate a prescindere, e poi si vede. Tanto, scrivere Alfano o nessuno è praticamente la stessa cosa.
Il premier comunque è uno spaventapasseri”. O spaventapassere, a ben guardare.

Però di una cosa siamo contenti: ormai Berlusconi è come le canzoni di Battisti, la formazione dell’Italia del 1982 o la prima strofa dell’inno di Mameli: lo sappiamo a memoria. La Costituzione, le mani legate, i giudici comunisti, il perseguitato, i 64 procedimenti, l’Imu ingiusta, l’inganno dello spread, la supercazzola, il debito sommerso, i sondaggi, “voi non sapete fare televisione”.
E ognuno c’ha il suo pezzo preferito. Chessò: i tre giudici donne, femministe e comuniste piace molto a zia Mariella. Zia Enza preferisce “ho pagato 300 mila euro di Imu” (ma non ha detto se si paga pure per le case chiuse). Zia Lisabetta stravede per i sondaggi, e quello di ieri era meraviglioso: “Siamo al 21 per cento, e fra poco al 31”. Tutta aritmetica non euclidea. Numeri irrazionali, immaginari come l’otto rovesciato, un polinomio a caso o l’equazione della retta nello sguardo di Gasparri.
Comare Franca-di-sopra ha un debole per Ruby, e ieri sera abbiamo appreso che no, assolutamente Silvio non ha mai affermato che si trattasse della nipote di Mubarack. Era solo “una parente”.
(Hai aperto la parente? Chiudila!).
Anzi, “Ruby era figlia della supposta madre”. Perché le cose vere devono sempre cedere al potere (e anche al voto parlamentare) delle cose supposte, e questo Silvio lo sa benissimo. Infatti lui è decisamente un premier supposto.

Io e zio Remo, però, aspettavamo con ansia la lezione di macroeconomia con scappellamento a destra. E ieri è stata proprio sublime.
Il debito sommerso, in pratica, è da sommare alla totalità del debito emerso: lo spread, come fosse antani, è il differenziale di differenza brematurato bitumato, come in Jacuzia,
Kamchatka e Grecia. Lo vede come stuzzica, come brematura? Lo vede signora Gruber? Lei non mi sta chiedendo nulla delle cose belle che ho fatto. Lei è prevenuta, sorda e non sa fare televisione. Lei ha bisogno di un otorinolaringoiatra (e se le serve, c’è pure un’igienista dentale qualificatissima, libera fra poco). Lei mi interrompe di continuo. Lei è offensiva. Lei sottolinea solo le mascalzonate come lo spread e la crisi. E non mi ha nemmeno fatto gli auguri per il nipotino. Lei è rossa come la Boccassini, d’altronde. Basta.

Sipario

La prossima volta mi porto il pop-corn, però.

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  La Poesia era seduta nell’anticamera del mio veterinario. Era una signora di sessanta o seicento anni, coi capelli gialli, la gonna sghemba e un pellicciotto sintetico, fucsia. Portava al guinzaglio una cockerina nera di nome Pinky, con un cappottino scozzese e una malattia oftalmica. Mi raccontava, soffiando per un vecchio enfisema, che a casa ha altri quattordici cani, cinque gatti e due porcellini d’India. Le ho chiesto s’avesse un giardino, m’ha detto, limpida: “No. Ho trasformato la casa in un canile, e io vivo nel canile, con loro”. La cagnolina Pinky sembrava che annuisse, o forse era l’artrite.
La veterinaria, una ragazza sottile con un nome bruno, m’ha detto poi che la signora raccoglie creature abbandonate, con le quali probabilmente s’identifica. Lì curano gratis gli animali della Poesia, li vaccinano e li sterilizzano, secondo un patto segreto che qualche volta, ma solo qualche volta, la medicina stringe con altre forme d’umanità, ma che la Poesia tenta di stringere sempre, con tutte le forme di qualunque altra cosa. A volte raccolgono i randagi delle isole, li curano, li sterilizzano e li liberano di nuovo. La Poesia prova a trattenerli tutti, nel vasto canile del suo cuore, ma non sempre glielo lasciano fare.
Per esempio con Colosso. Non è un cane, è uno scherzo della natura. La madre, una cagnotta bastarda dai geni indecifrabili, di taglia media, era molto incinta, e un veterinario qualsiasi – uno di quelli che esercitano con gli animali perché con gli uomini non potrebbero sostenere le spese legali dei risarcimenti ­- tentò di farla abortire. Gli embrioni erano sei, e cinque morirono. Colosso ereditò lo spazio e la forza di tutti e cinque. Nacque così spaventoso che l’abbandonarono subito, solo perché ebbero paura di sopprimerlo.
La Poesia passava di là, per caso o forse per istinto – perché la Poesia sente le creature abbandonate – e lo raccolse, già smisurato, solo per vederlo crescere ancora, e curarlo in tutte le maldestre manifestazioni del suo gigantismo e del suo disadattamento a vivere.
Si lisciava il pellicciotto fucsia, la Poesia, raccontandomi con la sua voce rasposa di Colosso e di Yoghi e di Pinky e degli altri undici cani e cinque gatti e due porcellini d’India.
Fuori, la primavera premeva contro i vetri, vasta e aromatica da perdere la testa, preparando di nascosto la mistura fatale delle sue sere irresistibili. In Giappone le folle si radunavano sotto i ciliegi, preoccupate per i fiori. Lì la Poesia sono i primi cinque fiori – ma devono essere almeno cinque – d’un particolare albero del centro di Tokyo, perché la “sakura zensen”, la linea di fioritura dei ciliegi, l’aspettano ogni anno, per andare a guardare gli alberi e meditare (che poi s’incazzano se il Servizio meteorologico Nazionale non prevede la data esatta e pure l’ora, che non possono perdere tutta una giornata di lavoro in ufficio: è quello che gli manca, o gli eccede, per essere un popolo davvero poetico). La Poesia si distende come una linea, come una corolla, toccando i ciliegi uno per uno, e tutti con gli occhi in alto, a commentare, indicarsi i rami, sentirsi intimamente soddisfatti.
I ciliegi oggi affollavano, con la loro linea superba, il canile della Poesia, festeggiati da Colosso, Pinky, i randagi cani e gatti, la signora coi capelli gialli, la veterinaria, il pellicciotto fucsia, io e la mia gatta principessa che non mi rivolgeva la parola perché l’avevo portata a tradimento sotto il bisturi. C’era pure un altro signore, seduto un poco di sbieco, e teneva al guinzaglio una tigre albina, un fenicottero e una papera comune: era Tonino Guerra, il poeta ironico e celeste che trovava divertente firmare “guerra” una poesia e morire addirittura il giorno stesso della poesia, poesia di guerra, guerra alla bruttezza e alla banalità (e pure, diciamolo, agli spot della tivù).
La poesia era una linea immaginaria che si propagava con la velocità dell’equinozio, in un equilibrio istantaneo e impossibile – perché la luce sale e riscende lungo l’anno, s’accorcia e s’allunga e proietta soprattutto ombre. Forse è un immenso canile, sovrastato da alberi in fiore, dove celebriamo il nostro amore segreto per le creature più innocenti, per poeti senza laurea e per la linea dei ciliegi. O forse no.

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