
Non siamo maggioranza da almeno quindici generazioni, forse venti o anche trenta. I disperati che se ne partivano facendo l’unico viaggio che potevano, all’indietro, dalla costa alla montagna, per sfuggire ai signori spagnoli e ai pirati saraceni (quasi indistinguibili tra loro), erano una minoranza stracciona e terrorizzata, disposta persino a vivere come le capre o i lupi d’Aspromonte. Ma allora la minoranza era la maggioranza: maggioranze così divise da essere meno d’una minoranza, meno di uno per ciascuno.
L’abbiamo ereditata, questa cosa della minoranza maggiore: siamo sempre stati la maggioranza minoritaria, quando ci terrorizzavano gli spagnoli, gli arabi, i normanni. I Borboni. Non contavamo niente, e stavamo nelle nostre case come se fossimo stranieri sott’assedio, con la paura che ci faceva mozzicare la punta del cuore.
Abbiamo ereditato un sacco di cuori mozzicati, infatti: il male della minoranza maggiore che si trasmette di padre in figlio, dentro le linee del sangue scuro e vecchio che corrono fitte sotto la pelle di foresta e spiaggia e montagna e roccia della Calabria Citra et Ultra.

Sì, c’erano sempre alcuni di noi che volevano essere la minoranza maggiore. E lo potevano volere solo in due modi: dalla parte giusta e dalla parte sbagliata. I primi diventavano rivoluzionari, bracconieri, agitatori, briganti e martiri. Gli altri diventavano guardacaccia, guardaspalle, sicari, mezzadri e preti.
Ma restavano sempre quello che erano: la maggioranza minore, infima.
Nessuno di noi è diventato principe. Qualcuno re, ma per un giorno solo.
Quando c’erano le camicie rosse eravamo spaventati: erano tanti, almeno mille, una maggioranza. Indietreggiavamo, noi che eravamo pochi, centomila, un milione, una minoranza. Ci hanno ripresi da dietro, mentre sbarravamo gli usci e ci nascondevamo sotto il letto: uscite, venite a lavorare, ci dicevano i padroni. Loro erano la maggioranza.
Come i Savoia: una minoranza così maggiore che prendeva mezza Italia, una mezza Italia talmente grande che noi, quaggiù, eravamo piccoli piccoli. Minori.

Con le camicie nere la maggioranza era uno solo: noi, la maggioranza minore, lo applaudivamo quando appariva nei cortili squadrati, in testa ai cortei, sui balconi, alto sulle medaglie e le nuvole. Tanti eravamo, tanti come se fossimo, noi, uno solo: e uno solo è una minoranza, no?
Fu dopo i bombardamenti e la fame, dopo la pioggia di cioccolata e cingomma, dopo che ci lavarono la testa ben bene col ddt (che poi ci doleva da morire, la testa, e pensavamo che ci volevano ammazzare, perché eravamo la minoranza, noi maggioranza che avevamo perso la guerra come prima avevamo perso la pace): allora andammo a fare il referendum, quando la maggioranza scelse quella cosa nuova, la Repubblica. La maggioranza, mica noi. Noi avevamo votato per il sindaco, il prete, il farmacista, il signor barone. Siamo sempre stati la minoranza, noi coi cuori mozzicati e il mal di testa.
Ora la maggioranza ha scelto, anzi continua a scegliere senza fermarsi un attimo. Hai voglia a dirgli: aspetta, fermati un momento, ragiona. Zitta tu che sei in minoranza, dicono. La maggioranza vuole quella determinata minoranza che ama moltissimo la maggioranza e continua a farle regali: la tivù di maggioranza, il premio di maggioranza, il sanremo di maggioranza, il Grande Fratello di maggioranza. La maggioranza dice che è felice così.
Ma io mi ricordo, mi pare di ricordare che la maggioranza che, allora, decise che doveva essere la maggioranza a decidere, era convinta che la maggioranza doveva comportarsi come una minoranza, cioè farsi un sacco di domande e capire perché è una minoranza e cosa vuol dire e avere presente la differenza che esiste nell’essere una minoranza, una differenza che in sé non è né buona né cattiva ma solo una differenza e la democrazia consiste nell’armonizzare le differenze, perché mai nessuna maggioranza sia una dittatura per le minoranze, come prima erano le minoranze ch’erano dittature per le maggioranze. Le minoranze devono studiare da maggioranze. E le maggioranze, beh, loro dovrebbero educarsi da minoranze.

Ma la maggioranza di ora mi sembra come certe minoranze di allora: vuole essere tutto, e non vuole differenze.
Io oggi non voglio essere la maggioranza: continuo a essere quello che sono sempre stata. Una minoranza che vorrebbe essere la maggioranza e allora si educa come se fosse una maggioranza e più si educa meno è maggioranza.
Ridatemi i saraceni e gli spagnoli.
Sono giorni strani: ho paura di quello che sceglieranno per me. La democrazia, se si svuota da dentro, è più pericolosa d’una dittatura. Se viene seminata a menzogne, a pessima televisione, a informazione drogata, a culture scadenti e ad "aiutini" diventa un’altra cosa, ma restando, di fuori, la stessa.
Sanremo è lo specchio di quest’Italia: un tritarifiuti dove mescolare il bello e il brutto, il sacro e l’orrido, Alda Merini e il Grande Fratello, Puccini e i Puffi. E tutto è legittimo, se consacrato dalla maggioranza.
Ma che scelta è, quando non si sa più scegliere?

