
Avevate voglia di nuvole? Io sì, disperatamente. E siccome c’è un angelo, al DDD, Dipartimento Desideri Del cavolo, molto molto efficiente (dopo la circolare Brunetta si sono dati anche loro una regolata), ecco che ieri lo Stretto s’è esibito nella più grande parata di nuvole preautunnali mai vista, e oggi – oggi – è stato aperto Blog&Nuvole .
Blog&Nuvole nasce da un bisogno (sì, disperato, come quello delle nuvole in genere) di salvare le scritture della rete, che è bella ampia e ricca ma passa e si autocancella una ‘nticchia, come le nuvole, e ne restano solo impressioni di bellezza e d’assurdo, come le nuvole.
Allora Lucia (cronomoto) e Cristina (fruscii) si sono dette: ma cosa sono le nuvole, dove vanno le nuvole? E hanno inventato, appunto, Blog&Nuvole, che è un concorso ma mica una cosa alla Miss Italia, per le scritture di coscia lunga e tatuaggino sul malleolo e "tantibacioniamammà". No, no. Una cosa molto poetica, un po’ visionaria, molto eccitante come sfida.
Si tratta di mettere assieme scritture – che per loro natura sono nuvole – e fumetti – che sono ancora più nuvole delle scritture. Un esperimento che è stato già tentato con sei “storie guida”, che saranno pubblicate da oggi.
Ebbene, lo confesso, una delle storie è mia. Niente di che, ma l’ha presa sotto la sua matita Stefano Misesti, che è un genio. Stefano non è un disegnatore, è un inventore di mondi. Mondi di omini coi pesci in testa, di canguri con paure nel marsupio, di condomini nei risvolti delle giacche, di aerei-pesce che nuotano nel cielo.

Stefano ha un tocco poetico e assurdo di cui – io credo – c’è molto bisogno. Se una nuvola potesse disegnare, sarebbe Stefano.
Insomma, qui metto la mia storia, e solo un frammento delle nove tavole di Stefano: il resto è lì, tra le altre nuvole di Blog&Nuvole.
Ah, per giunta si vince: 500 euro, una pubblicazione e, comunque, la sonora ribalta della Triennale di Milano, grazie alla Triennale medesima e alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’arte. Mica cotica, diceva un blogger-ei fu.
Buone nuvole a tutti.
Il Portapaura
La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Ma per fortuna esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta nel corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d’avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è molto più grande, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via.
I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda.
La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo, perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.
a volte qualcuno ha fabbricato per me portapaura a forma di indumento intimo, tipo seconda pelle, come promemoria dei miei dubbi, che crescono come paure, appunto.
il dubbio d’ aver sbagliato, tutto è atroce.
Siamo orgogliosi e onorati di questa rutilante presentazione.
)
(E comunque anche le nostre storie brevi in bikini non sfigurano
bellissssimo! tu e lui insieme mi fate pensare a buzzati
))
a proposito:
i disegni DA PAURA!!!
Io ci ho avuto l’onore di vedere le tavole in anticipo … proprio davanti alla superparata di nuvole portapaura sullo stretto in biancoenero, sul terrazzo della Magino, brioscico orgoglio mio.
Bellissima presentazione…
E’ stato un vero piacere disegnare e interpretare il tuo racconto. Fondere due universi simili è sempre qualcosa di molto interessante.
Saluti laterali!
Che bello tornare qui e trovare tutto bianco, come le nuvole soffici che talvolta restano appese nel cielo! Un abbraccio
hai reso leggera anche la paura,hai un tocco raro,
signora manginobrioches.
Signora Brioscia, esistono porta-paura col doppio fondo per la paura di avere paura, che so, in un qualche momento di quelli chiamati (temuti) “decisivi”?
sì? no? caso mai ce lo facciamo disegnare dal varasca. o da MarioB
Molto bella l’iniziativa e siete proprio bravi… Sono andata a leggere anche gli altri. Complimenti. Adoro le nuvole, Giulia
vengo qui e trovo… che sorpresa! anche tu parli di paura, ma lo fai in quel tuo modo speciale, leggero, fantasioso.
Vorrei metterla nel taschino, la mia.
ci sta?
ops.
ero bri
Infatti non mi fido. Le mie paure sono troppe, non posso metterle in un porta paura, non ce ne sono di così grandi e poi, avrei “paura” di perderlo.Preferisco portarmele addosso.
sei bravissima, faccio il tifo per, il tuo racconto è bellissimo
complimentissimi! splendido incontro anche il vostro, anna… bravi bravi bravi (ma quanto son contenta di vedere ‘ste cose così belle?)
baci
petarda