
Dovrebbero vietarli per legge, i film coi protagonisti che in due ore invecchiano di cinquant’anni. Dovrebbero vietarli per legge, i film tratti da romanzi straordinari.
Dovrebbero vietarli per legge i film tratti dai romanzi di Gabriel Garcia Marquez. Quantomeno senza chiedere prima il mio parere.
"L’amore ai tempi del colera" non è un libro. E’ un gioiello di famiglia. Un parente stretto. Florentino Ariza ha singhiozzato per ore sul mio sofà, con le sue spallucce strette e il vestitino miserabile, che non puoi capacitarti come possanno accogliere un’anima talmente estesa, e un amore così indefettibile. Fermina Daza ha familiarizzato con le zie, dal momento che – visibilmente – appartiene alla stessa specie di donne d’acciaio lavorato a punto croce: s’è scambiata ricette con zia Enza, maledizioni con zia Mariella e collane di turchesi con zia Rosalba (che indossa solo pietre del colore dei suoi occhi, e si cura la tristezza con questa cromoreficeria). Qualche volta l’ho pure incontrata io, nel corridoio, e ci siamo scambiate uno sguardo fuggevole ma diritto (non siamo donne da sguardi obliqui), proseguendo ciascuna per la sua strada.
Perché, si capisce, nelle storie d’amore per qualcuno bisogna parteggiare: o lui o lei. Tutti e due non si può.
E di fronte a lei che ha un colpo di sfulmine (il contrario del colpo di fulmine: ti viene quando guardi qualcuno e di colpo lo vedi davvero, o lo vedi come non puoi comunque sopportarlo. E’ una botta di disamore puro, un black out traumatico che, di solito, non si perdona a nessuno), lei che si sposa col dottor Urbino, lei che domina la realtà pur possedendo un intero portico di gardenie (cosa che, si sa, predispone alla metafisica in modo quasi irreversibile), di fronte a lei, lui con la sua pazienza da contabile, lui col suo sesso classificatorio (cataloga tutte le donne con cui va a letto per ingannare l’attesa di lei, e arriva a 622), lui con la sua capacità di sopportazione (una delle cose meno sopportabili, nella gente), lui non può che vincere.
Insomma, ho ospitato lei perché dovevo, ma ho scelto lui.
Ne sono stata ripagata con l’odore delle mandorle amare, un migliaio di aggettivi a testa in giù – un poco perché disperatamente australi, un poco perché nei libri di Gabo hanno quella funzione lì: capovolgono – colombe tropicali e il convincimento precoce che è la vita, e non la morte, a non avere limiti. Non è poco.
Capirete che dovevo andare al cinema, a ogni costo.
Siamo andati, io, Florentino, Fermina, America Vicuña, Transito, Olimpia. Aironi azzurri, orchidee, ibischi, un pappagallo. Io portavo un cesto di gardenie, per ogni evenienza. Florentino aveva delle pergamene e un inchiostro violetto. La miciazza è rimasta a casa, ché lei ama solo i film d’azione o l’operetta.
Abbiamo occupato due file intere (ma c’era una folla di fantasmi che non hanno pagato il biglietto e si sedevano direttamente sulle ginocchia degli altri spettatori: io a vent’anni, io a venticinque anni, io a trent’anni, io come potevo, io come sapevo, io come non volevo, io in quell’androne, sola col libro ad aspettare quanto, tre ore, cinque ore?, io sul letto ormeggiato lento, io sulla spiaggia delle uova di dinosauro a chiedermi le ragioni misteriose della persistenza dei sentimenti e della loro sparizione improvvisa).
Ma si capiva da subito, dalla locandina col fiore.
Era un pot-pourri aromatizzato al frutto della passione.
Era una cartolina esotica mandata per scherzo a una vecchia signora del Regno Unito.
Lui, Florentino, aveva la faccia del mio ex caposervizio, e pure la sua forfora, se non sbaglio. Lei, Fermina, aveva gli occhi da mucca di Giovanna Mezzogiorno.
Molto fiume, molti tramonti, molti fiori. Zucche, mercati.
Nessun odore.
Il colera sembravano le cinque giornate di Milano, i battelli sembravano Eurodisney e l’amore, l’amore sembrava yogurt scaduto. E poi le scritte erano tutte sbagliate: in americano di Hollywood. Persino quando Florentino, avvezzo a tutti i disordini dell’amore e non solo alla sua disciplina, intinge il dito nella vernice rossa e scrive sulla pancia di Olimpia: "Questa è mia". Lo scrive in americano. Probabilmente lo pensa, in americano.
Evvabbè, lo capisco che non si può, proprio non si può tradurre una scrittura che quando cade a terra fa spuntare foreste tropicali, che bisogna stare attenti quando si muove il libro perché ne esce fuori di tutto (mappamondi, cuori di gesù trafitti, veli da sposa, gardenie, ossa, piume di colomba, polvere triste, eucalipti, rossetto). Che poi ti ritrovi i personaggi in giro per casa per anni, e ci parli, e gli chiedi cose e loro rispondono.
No, non si può.
Il regista, che era quello di "Quattro matrimoni e un funerale" – e infatti era un inglese che guardava un sudamericano e gli parlava in yankee, per sicurezza – ha fatto del suo meglio, senza dubbio. Ha cucito cartoline "Saluti dal Rio del Plata" e musiche false (Shakira che canta finti Gardel). Ha appiccicato mustazzi bianchi e sparso segatura sui pavimenti. Poveraccio. Forse ha pure distribuito – verso la fine, quando lui e lei hanno quasi ottant’anni e si amano come sempre si dovrebbe, senza ragionevolezza né futuro – pannoloni e tazze di tisana.
Noialtri, in platea, per lo più sghignazzavamo, a parte quando Florentino, colto da uno dei suoi accessi, sfogliava le gardenie e e gettava i petali indietro sul pubblico, stimolando nostalgie vaghe, ricordi, ribellioni incomprensibili, persino ferite.
Poi siamo tornati tutti a casa, e Fermina ha fatto le tortillas.
"Domani ci facciamo restituire il biglietto" ha detto quella donna pratica e segreta.



