
Io l’ho chiesto all’operaio del cantiere abusivo sotto casa mia, dove lavorano di notte, di domenica e durante le feste. La ruspa vecchia si mangia pezzi di muro di contenimento, tubi, pareti, il fianco sabbioso della collina, e qualche giorno verrà giù tutto – lo sappiamo tutti ma non ce lo diciamo. Gli operai sono sempre diversi, e nemmeno sempre italiani: ci sono facce di qualunque colore, perché qui mica sono razzisti, e anzi il nero gli piace moltissimo. E’ il colore del lavoro, qui.
Io, comunque, quando l’ho visto gliel’ho chiesto.
Poi l’ho chiesto al portiere Masino, che prima era muratore pure lui e queste palazzine le conosce da quando erano solo collina, ginestra, scirocco radente e una pratica nell’ufficio della commissione edilizia, nella pila di quelle che dovevano passare. Lui che non va mai in vacanza perché ha paura di perdere il posto, e trovare, al suo ritorno, un videocitofono invece del suo gabbiotto con la bandiera del Milan e i cacciavite di tutte le misure con cui risolve ogni cosa: tapparelle, litigi in famiglia, perdite di gas, randagi e risse tra condomini per il parcheggio.
Poco dopo, facendo la spesa, l’ho chiesto alla fornaia, una deliziosa signora con la cuffietta e gli orecchini di brillanti, che sta attenta ai centesimi e non ti dà mai una busta di plastica, se può. Ha appena comprato quattro appartamenti, nei dintorni, e li affitta agli studenti, in nero: tre per stanza, trecento euro consumi esclusi.
L’ho chiesto anche al salumiere, un tizio mellifluo che si dice presti denaro con l’interesse del duecento per cento – che non è male, tutto sommato – , al macellaio, alla signorina della lavanderia.
Al cancello dell’Orto botanico c’era uno degli impiegati precari stabili, non assunti dieci anni fa ma stipendiati da allora, tra alti e bassi, e trasferiti a tutti i servizi. L’ho chiesto anche a lui. E a uno dei pensionati sulla panchina – ha solo 52 anni, ma ha avuto uno scivolo. E a una mamma con la bambina, in piazza: lei è in malattia per depressione post-partum, anche se la bambina ha sette anni. Non era a scuola perché tre giorni fa è crollato un soffitto, ma per fortuna non c’era nessuno.
L’ho chiesto alla fermata del tram, dove erano in tanti perché la corsa era in ritardo: il caldo aveva fatto allargare le traversine e una vettura era uscita dai binari. Forse c’era un ferito, ma non si sa, perché il 118 non era arrivato, e comunque non c’era posto, negli ospedali cittadini.
L’ho chiesto all’ausiliare del traffico, che controlla i ticket dei parcheggi, anche se è laureato in ingegneria nucleare.
L’ho chiesto all’addetto al distributore, ma non mi ha capita: è albanese. E poi, comunque, il distributore era chiuso: lui si offre di fare benzina col self-service, quando non c’è nessuno. Forse dorme sotto la pensilina, perché in un angolo c’è una busta piena di calzini e camicie vecchie, e una scarpa. Una volta l’hanno ricoverato al policlinico, perché sembrava stesse morendo, però nemmeno i medici lo capivano, e lui continuò a farsi venire le convulsioni per un pezzo, così almeno dormiva in un letto vero, e mangiava tre volte al giorno.
La cingalese magra, invece, in ospedale ci stava morendo, perché s’era presentata per un aborto e nessuno le aveva detto che doveva essere a digiuno. A lei non l’ho chiesto, comunque: l’ho guardata passare come un fiore sciupato e chiuso, vestita come la prima comunione di qualcun’altra, timida e zitta, e non le ho chiesto niente.
Invece l’ho chiesto alla signora della boutique, al preside, al canonico. Al mio collega che ha tre figli da sistemare, alla mia collega che ne ha sistemati due. Al mio collega letterato, che dice che, in fondo, i Borboni non erano poi così male…
All’impiegato della Provincia che fa pure l’istruttore di knick-boxing. In orario d’ufficio.
Al disinfestatore con la maschera antigas, perché quest’anno le zanzare sono grosse come calabroni e i pappataci infestano tutti i cespugli e pure i gerani domestici. Sono i tombini otturati, dicono, e il regime delle acque bianche e nere confuso. E poi il buco dell’ozono, ovviamente, e il disboscamento dell’Amazzonia e la tropicalizzazione. E i comunisti.
Al fruttivendolo che vende nespole spagnole, pompelmi israeliani e noccioline turche. Al panificatore abusivo che appoggia le pagnotte sul cofano della macchina, ma la gente tanto se le prende lo stesso. Una volta ne arrestarono un paio, perché spargevano sul pane polvere di marmo. Però era buonissimo, e andava a ruba. Un vero peccato.
All’autista dell’autobotte, che va ogni giorno nei quartieri dove non arriva mai l’acqua, perché se la rubano nel tragitto, e ci riempiono le piscine, o ci annaffiano gli ortaggi coltivati nei terreni del demanio. Ogni tanto li scoprono, e li mettono dentro: allora si può fare la doccia, fino alla libertà provvisoria.
Al gelataio, un bravo ragazzo di settant’anni amareggiato perché gli chiedono gusti tipo "ferrerorocher", "ovettokinder", "bacioperugina", "caramellamou", mentre lui sapeva fare solo "ricotta", "cremaregina", "pistacchio" e "mandorla di Avola", ma tanto ormai i gusti si somigliano tutti, perché bisogna metterci solo panna e zucchero, tanto zucchero. Pure suo cognato, che ha aperto un agriturismo senza licenza nel letto secco d’una fiumara, la panna ce la mette dappertutto: nella pasta con i carciofi, nello spezzatino, nelle braciole di pescespada. E ci va un sacco di gente, specie la domenica: parcheggiano tutti nel giardino di zagare e limoni, sotto le altalene, che diventa difficile passeggiare, e conviene stare in macchina, a sentire i cd taroccati nell’autoradio.
Al venditore di limonate col sale, che vive tuttora nell’Ottocento, visto che ha una cosa come il sifone del selz e sta dentro un chiosco liberty e si fa pagare settanta centesimi (e qualche volta devo guardarle meglio, le monete del resto: forse c’è il profilo del re).
Al pescivendolo, che mi fa segno d’allontanarmi dal pescespada – "è del Giappone" mi sussurra quando non lo vede nessuno, e d’altronde è ovvio: nello Stretto non si può più pescarli da un pezzo, a parte quelli presi di nascosto e pagati sessanta euro al chilo. Pure le cozze, mi fa segno di no: sono spagnole, o forse vengono dal lago tossico e salino fuori città, dove scaricano i complessi abusivi. Le vongole nemmeno, e soprattutto le spigole: le allevano in vasche piene d’antibiotici, dalle parti di Pachino. "Si mangiasse un panino col tonnostar" mi sussurra ancora, protettivo.
Al venditore di souvenir nella piazza del Campanile, dove alle dodici si raccolgono i croceristi coi bermuda e i calzini corti ad ascoltare l’orologio meccanico, nel quale il gallo ruggisce e il leone gratta, perché è lo stesso nastro messo al contrario. Tanto, sono sballati anche i carri dei pianeti, i cicli lunari – disegnati in oro sul fianco della torre – e i giorni della settimana, ma nessuno se ne accorge.
All’assessore di un piccolo comune sui colli, che prima era nella Dc, poi è passato all’Udc, poi all’Udeur, poi ad An, poi a Fi, poi alla civica "Il campanaccio per la libertà". Al ragazzo che sta andando di fretta alla selezione del personale di un’importante ditta nazionale (non mettiamo il nome, sennò è pubblicità): cercano tour operator, broker, top manager, top model. Costa solo cinque euro, ma ci sono prospettive sicure.
All’impiegata dell’anagrafe, che però non è di quest’ufficio e ci tiene a precisarlo, visto che, a giorni, avrà il trasferimento, cosa credete.
Al giornalaio, alla commessa, all’impiegato delle poste. Al bidello con la Mercedes e l’anello di rubini al mignolo, al fotografo che ciondola sulla porta del suo negozio, davanti alla gigantografia degli sposini seduti sulla benna d’una scavatrice, poi su una barca nella spiaggia piena di sacchetti di plastica, poi nel ristorante a forma di chalet svizzero.
Insomma, l’ho chiesto a tutti. E, non ci credereste. Questo Cuffaro, qui, non lo conosce nessuno.

