No, perché a quel tempo io ero una juventina passiva.
Nel senso che mio padre era juventino d’una famiglia di juventini d’un quartiere di juventini, che non si capisce cosa c’azzeccavano, quei calabresi dell’estrema punta d’Italia, sotto il 38 parallelo – che al loro tempo le pale di fichidindia erano pure sul corso Garibaldi, e la città stava girata dalla parte dello scirocco - con la squadra più settentrionale d’Italia, così composta e torinese e ortogonale e aristocratica.
Ma la leggenda familiare vuole che mio padre avesse trovato una figurina della Juve in una pozzanghera. Erano tempi grami, e qualsiasi figurina valeva quanto il Feroce Saladino. Mio padre non aveva disposizione alla semantica del caso – a differenza di mia madre e di tutte le mie zie, che leggevano ragnatele, fulmini e dolori reumatici – ma quella volta persino lui capì.
Raccolse il tesoro dalla fanghiglia e se lo portò nel cuore fino all’ultimo campionato, quello eccelso del 2004 di cui non avrebbe mai visto la conclusione (e certe volte mi chiedono perché piango, quando sento le classifiche della Domenica sportiva, e io non dico niente, perché non glielo posso spiegare: tra tutto il resto, la morte ci ha tolto pure due campionati, ci ha tolto).
La figurina di Damasco di mio padre convertì tutta la famiglia: nonno Ciccio, che di suo aveva solo l’amore per i ciclisti, anche perché loro si vedevano sudare davvero, quando i mondi duravano uno stradone e una curva; zio Giovanni, che pure all’epoca era seminarista e pieno di sussiego, anche se poi abbandonò la tonaca per fare il capostazione; i centoventi cugini primi secondi e terzi; i compari innumerevoli che popolavano il quartiere, cioè l’intero mondo conosciuto.
Tutti juventini nati da una pozzanghera.
Che poi si sa che questi amori immotivati – tutti gli amori lo sono, al nascere, e qualcuno pure al morire – diventano esclusivi e potenti. Così mio padre, che per il resto era uomo di ragione, pacatezza e illuminismo, davanti alla Juve diventava irragionevole, frenetico e superstizioso. Chessò, non calpestava le strisce, metteva gli stessi abiti dell’ultimo derby, faceva le corna quando passava un milanista.
Avendo passato l’infanzia con donne che mi mettevano pugni di sale grosso nelle tasche del grembiule e il venerdì recitavano formule contro il malocchio (ma doveva essere venedì, sennò niente), la follia scaramantica e domenicale di mio padre mi pareva innocua e persino confortante.
Naturalmente anche io e mio fratello eravamo juventini. Mio fratello si fece tutta la trafila dei maschi: le partite nel cortile delle suore, i pulcini del Bar Sport Cuore Bianconero, le figurine Panini legate con l’elastico. Io, femmina, non avevo obblighi di leva.
Per giunta, mica si poteva essere solo juventini. La squadra cittadina era la Reggina, e valeva per tutti. La Reggina allora militava nelle parti basse di classifiche inferiori, sempre alle prese con stagioni difficilissime, dalle quali usciva per il rotto della cuffia. Eravamo tifosi perdenti e sofisti, e il tocco magnogreco che ci restava nel sangue serviva moltissimo, il lunedì mattina (che allora si giocava solo di domenica e una vittoria valeva due e basta, ma dava da mangiare per una settimana).
A me piaceva andare alla partita, di domenica. Il campo sportivo era un mondo separato, con un odore di erba, cicche, cemento vecchio e CaffèSport Borghetti inebriante. Andavamo proprio tutti – tranne mia madre, che restava a custodire il resto del mondo – e occupavamo una fila intera di posti in gradinata.
La partita cominciava molto prima, durante il pellegrinaggio collettivo attraverso il quartiere – che era uno dei quartieri bassi costruiti dopo il terremoto, quadrati ma ingentiliti dal liberty meridionale e selvaggio che si coltivava qui. La partita erano le gradinate dove la città si ricomponeva, alta e bassa, città di paese degli anni Sessanta, che al Sud duravano pure negli anni Settanta e quasi Ottanta. La partita erano gli intervalli coi panini, le sciarpe fatte in casa, le ‘ngiurie, il pacco di sale che volava fino al bordocampo, le corone di peperoncini. La partita era piena di spine, di solito. Ma qui abbiamo avuto Borboni e feudatari, terremoti e saracini, e siamo abituati, a soffrire.
Tanto, poi c’era la Juve.
Così fu naturale, anche dopo, proseguire.
Gli psicanalisti dicono che cerchiamo sempre la figura paterna, e dunque io cercavo con insistenza uno juventino. E ne ho incontrati di ogni specie, fino al mio ex marito incluso.
Poi incontrai un romanista. Ma questa è un’altra storia.
Tutto questo perché la Bottega di lettura ospita oggi un mio pezzullo dedicato al calcio, una delle belle illusioni della vita (assieme al tango, alla letteratura, allo sformato di patate e mozzarella, ai golfini pervinca, ai commenti, all’amore)(non necessariamente in quest’ordine).
Bello il tuo pezzo, malgrado la vibrissa sfruculiassa, e bello pure questo pezzo sul tuo pezzo. Me l’accatto ‘st’antologia, che c’è pure Bolano che mi piace proprio assai.
or leggerò, e però.
Però l’avrei perdonata, e pur con sforzo, magari se interista, massimo massimo laziale.
Juventina, mai.
Se ne convinca.
Sin da piccolo soffro di una rarissima malattia, la defutbollosi. Di solito chi mi parla di calcio mi procura un’insopprimibile sopore. Questa volta sono rimasto sveglio. Sarò guarito?
fuoridaidenti, accattativvilo, che vale la pena.
Herr Effe, ho detto che ero juventina, e pure passiva. Ora non ho detto, cosa sono diventata. Era un cinque maggio, per giunta.
aquatarkus, forse è perché non si parla di calcio. qui (e l’ho appena scritto, poco fa, in un commento, guarda un po’) si vive di pretesti, in effetti. pre- testi o post-testi. post, in una sola parola.
… folgorato da una figurina trovata in una pozzanghera.
De Martino ci avrebbe fatto un trattato.
Bellissimo post.
Ecchè io non ero se non juventino per forza se no mi picchiavano, i compagnuzzi della via Nizza mia, con cui giocavo in porta e pure, peraltro, mi sfruculiava tantissimo il mio amico stimatissimo Nicola, essendo lui granata ancora ora a millanta anni di distanza(essendo ancora amici dalla prima media) e gli dovevo recitare la formazione del Toro e mi scassava sempre se non la sapevo che faceva pressapoco così: Cuscela Farina Boscolo Biagoli Antoniotti Butz Bertoloni, gli altri me li sono dimenticati, orca, meno male.
Invece della Juve mio zio Rinaldo lui si vanagloriava speranzoso, quasi fosse lui Agnelli, invece faceva vite dure e mi prendeva in giro, essendo io piuttosto refrattario visto che tutti con ‘sto calcio o pallone o football mi rompevano il cazzo, oh.
Alla fin fine quando non “dovetti” più interessarmene, quasi d’obbligo, me ne fottei altissimamente di Juve Toro Milan e Atalanta e Sampdoria e chi più ne ha più le butti.
Laonde per cui me ne fo un baffone altissimo,
per quanto la qui presente Anna scrisse un post bellissimo,
ecco.
Ah, caspita!
Mi ero dimenticato di raccontare di quella volta che mio padre mi portò al derby Juve Toro, all’eta mia di anni sei e per poco non mi sfracellano o sminuzzano o triturano a polpetta contro una rete di recinzione campo i dissennati tifosi presi da folle terribile urlo e movimento di massa postribolante che per poco me ne morii,
tutto vero,
mio padre mi salvò la vita ed allo stadio non ci andò più, lui
Marius
Nevvero che il quadro è di Sironi Mario?
De Martino avrebbe dovuto conoscere la mia famiglia, Pseudolo… altro che tarantate…
No, Marius, è “Calciatori” di Giuseppe Montanari, 1930. Lo trovo bellissimo. Ha qualcosa dei cubi e della polvere di Sironi, ma è diverso: ha più cielo, è meno chiuso e disperato. E comunque la tua storia del calcio è bellissima. Polpetta compresa.
Io sono interista per sbaglio: credetti che mio nonno tifasse Inter, avevo 4-5 anni….poi non ricordo altro.
signora, qui s’aspetta sempre il suo coming out sul presente (per il futuro, chissà)
Domani vado al Delle Alpi per la prima volta! Mi son scelto proprio la partita più infame che potesse capitare. Comunque teniamo duro.
Giocatore, così cominciano le fedi. Senza motivi apparenti. (pure l’amore, mi sa).
Herr Effe, è una storia talmente lunga che non basta un commento, e nemmeno un post. Sappia solo che, a quel tempo, scrivevo addirittura cronache calcistiche, del tutto indigeste. Come questa, sul derby Roma-Lazio di mille anni fa (e poi non dica, che l’ha voluto Lei):
Eppure Roma sembrava presa da una primavera lattiginosa e biancoceleste, nel cielo offuscato e nel malumore della vigilia: il popolo giallorosso, avvolto in sciarpe di presagi, schivava cupo lo sguardo, oscuramente persuaso della necessaria avversità della cabala. Nel pub – quartiere medioalto, borghesie di graniglia e truciolato, miscele d’acciai e legni duri, mutui convenzionati e tradingonline – conveniva il popolo dabbene con tanto di prenotazione: 10 euro un postinpiedi davanti al triplice schermo, vetri oscurati e proprietari solidali. Nessun sentore di curvasud, semmai birra rossa e pistacchi filologici, mais esausto, ragazze in incipiente lamé, mèches virate prugna e stivali dalle punte crudeli.
Eppure quel popolo era tetro, intimamente, dolorosamente convinto che la squadra femmina, Roma la tettona, la Sabrinona dai capezzoli di bronzo, esplodesse d’isteria e cicli mestruali sulle rive del derby – sfida cannibale – piegata dalle linee celesti della Lazio sorella e sorellastra.
E il popolo affluiva, pesto di malumori, dimesso di dolori annunciati, disponendosi a soffrire d’incertezza per i 90 minuti canonici. Bresaola ciclamino, lattuga depressa, ruote di pomodoro troppo verde si mescolavano, nel pub, alla coreografia immaginifica della curvanord, dove il biancoceleste squillava di certezze e impeti. Loro, i fedeli della curvasud, avevano invece apparecchiato una mesta coreografia funeremersitacerbo, color fiordellamiapiantapercossaeinaridita, con tanto di elenco dei morti giovani e giallorossi. Nemmeno il giallo e il rosso riuscivano ad addensarsi della loro propria densità cromatica tutta coratella: viravano a tonalità fredde che nemmeno l’Antonello di voce spiegata riusciva a scaldare. Come un carciofo alla giudia freddo, come un fiore di zucca del giorno prima.
E Roma scendeva sui suoi fianchi larghi nel campo cannibale del derby: Orazi tendevano la mano e la spada ai Curiazi, i denti dei fratelli scintillavano come coltelli. Roma la belva cannibale lottava con se stessa, bestia mutevole e confusa, bianca, gialla, celeste, rossa.
Nel pub si percepiva appena il clamore d’utero chiuso dell’Olimpico: le vite esalavano piano il loro educato odore di dopobarba, speck e Camel light. La barista – un’indiana con la voce del Testaccio, carnagione di miele di castagno e una bellezza stanchissima negli angoli – amministrava i panini e l’ordine pubblico, mentre il gestore grasso aveva mollato gli ormeggi e al largo della quinta birra s’era inchiodato allo schermo centrale, e il gestore magro si passava la mano tra i capelli salepepe, ripetendo a memoria i gesti da splendido che facevano colpo sulle segretarie degli avvocati e sulle quarantenni sode e maculate come uova di coccodrillo che sorbivano longdrink dai colori acidi.
Roma guardava pure in cagnesco Roma: tra i bomber in piuma beneducata e i pizzetti da capretto dei giovani spiccavano due di specie diversa e non interfeconda, persi nel viaggio vuoto e perfettamente circolare di qualche alcaloide malamente tagliato, corretto con benzodiazepine e gingerino. Roma biancoceleste guatava nell’ombra del centrocampo Roma giallorossa, le ragazze in vestimenti leggeri e rossetti violetti guatavano la donna in tshirt cariata che biascicava con voce da organetto distorto, mentre il suo compagno – un romano di stirpe polacca, un romano di stirpe lavavetri, un romano di Romarandagia, di Romaccattona – volava, gli occhi celeste-Roma sgranati, verso altre frontiere psicotrope.
Roma coatta esibiva cicatrici vere davanti a Roma contratta che esibiva cicatrici false. Roma verniciava di celeste e bianco facciate dove il pus giallo e il sangue rosso disturbavano la quiete condominiale. Roma rifiniva di pietrisco giallorosso aiuole dove si spezzavano siringhe biancocelesti.
Ma il derby è bestia cannibale e affamata, e vuole da subito il suo pasto: Roma biancoceleste – assestate le spalle della difesa, calata la visiera del 3-5-2 – s’affaccia appena all’ingresso del tempio. Inzaghino viene bevuto come uno yogurt – nutriente, biancoceleste – sul limitare dell’area di rigore.
Il vortice giallorosso infatti s’apre da subito, e l’epicentro è il Capitanomiocapitano, Totti in serata da marmi eterni: fosse stato un fregio del Partenone l’avrebbe scolpito Fidia in persona. E ne avrebbe narrato, di quadro in quadro, le intuizioni adamantine, le sciabolate, la palla cercata e trovata in ogni zolla, perché i marcatori della Lazio stanotte sono una leggenda metropolitana, una favola col babau per spaventare i bambini. Totti svetta, incalza, avanza, scalza. Cade e risorge, come gli esseri mitologici, come i motti del ventennio all’ingresso epico e marmoreo dell’Olimpico.
Il pub segue il Capitanosuocapitano col fiato sospeso: non era quella che s’aspettavano, Roma stracciona, Roma braccata, Roma sterile. Il pub dimentica la birra rossa e comincia, insensibilmente, a invocare il gol, la cui certezza s’addensa nell’aria come un temporale in arrivo. E il Capitanomiocapitano – di tacco di tocco di tatto di Totti – fa filtrare un pallone come fosse acqua tra le gambe di due gemelli biancocelesti, siamesi di stupore e sgomento di fronte a una palese violazione di tutte le leggi della fisica, e il pallone scorre come acqua fino a Candela e al suo esterno destro che brilla di colpo come una granata. Nesta, l’altro Capitano – quello che se fosse stato un fregio del Partenone sarebbe di quelli perduti, fatti a pezzi dalle cannonate turche e infedeli, dissolti in polvere – ruggisce e avanza a divorare, con le zanne del derby, quel pallone splendente. Ma è già troppo tardi. Montella, il cui dio protettore è Mercurio, dio lieve veloce e truffaldino, dio dei gol di rapina, di scatto, di metallo leggero e lucente, tocca di testa, con lo strappo bruciante d’un fulmine sull’acqua.
Il pub, la strada, il quartiere, la città si sollevano di colpo. Il tuono apre il temporale. E piove, oh piove sui nostri vestimenti leggeri.
E la squadra femmina e guerriera ormai amazzoneggia in lungo e in largo, inventa cortei sacri nel fregio personale e fidiaco del Capitanomiocapitano, miete sacrifici umani a centrocampo e nella difesa, dove Nesta fa Sansebastiano, trafitto da innumerevoli dardi e legato al palo della sua agonia.
All’improvviso il Capitanomiocapitano si trova sulla fascia destra, e decide che quella è la sua marcia trionfale, il suo coro dell’Aida: avanza potente e irriducibile come l’ira d’una rivolta, annichilisce tre biancocelesti inutili come ciclamini appassiti – per la storia: Fiore (uno dei siamesi ch’avevano visto al primo gol quel pallone fatato smaterializzarsi e rimaterializzarsi), Giannichedda e Couto – e arriva al portiere, che para ma non trattiene. Ancora Sansebastiano si muove, e ancora Mercurio, dio di lega leggera, gli danza davanti la danza della pioggia, con un piccolo tocco che luccica e basta. E piove, oh piove sui nostri vestimenti leggeri, sui freschi pensieri che l’anima schiude montella.
Al pub Roma abbraccia Roma, e brinda con Roma sulle sorti di Roma, mentre Roma annega il dispiacere bevendo Roma nelle pinte irlandesi di Roma, e masticando Roma e patatine nelle ciotole di Roma. Roma tossica e sfrangiata ed entusiasta danza la danza di guerra davanti a Roma crucciata e incredula.
Il terzo gol sembra una beffa, un giro anticipato di moviola, la puntata in replica d’una novela: ancora il Capitanomiocapitano tira di punizione e Mercurio muta la palla in mercurio fluido, che sembra attraversare Sansebastiano lasciandoselo alle spalle.
Il pub delira in piedi sul bancone, fradicio di pioggia, il legno trema e si
riga. Niente è impossibile nel cielo aranciato di Roma che guarda Roma gioire e Roma inghiottire singhiozzi,e Roma in piumaggi romanobarbarici e gioielli da teodolinda che passa per strada davanti a Roma tossica e secca vestita di sputi e rigaglie. Roma Sabrina quinta di do e di petto, Roma Sanremo, Roma la mora e Roma la bionda che si scambiano vestimenti leggeri e freschi pensieri, Roma Superpippo che nemmeno la boccadellaverità: tutte le mani lo cercano…, Roma Benigni che legge un messaggio d’amore di Dante a Beatrice, da sinistra a destra e poi al contrario, Roma Pasquino e Roma dolcestilnovo. Tutti in campo.
Nessuno ricorda l’intervallo. Si sa di sacchi di noccioline sacrificati, di moti d’assestamento nelle poltroncine, mentre piove sui nostri vestimenti leggeri, su mirti, crocchie, ginocchie, ranocchie. Si sa di occhiate sbieche a Roma tossica e incontinente, ormai in delirio iperglicemico.
Nessuno sa nulla soprattutto della Lazio, dichiarata prosciolta in (d)istruttoria, almeno fino allo sparo di Stankovic che, dopo aver studiato tri(a)goniometria per tutto il tempo su testo unico di Zaccheroni (equazioni disperazionali, algoritmi – dove algos, si sa, sta per dolore – talebelline del 3-5-2 e del 4-4-2), calcolato che in mezzo al centrocampo i conti non tornano e a destra si rischia di passare la serata come Batistuta (con l’asciugacapelli in mano, guardando gli altri correre…), trova qualche numero a sinistra. E da’ di colpo la sua volenterosa, personale soluzione al problema: venticinque. Metri. Da lì parte la palla punica e punitiva sulla quale Antonioli grecoromano scivola maldestro e malsinistro. Il “gol dell’onore”, bello e disperatamente inutile.
Tanto che dieci minuti dopo Mercurio torna a brillare. La Roma è una trincea di denti nella metà campo biancoceleste, un solo laocoonte di membra – bianche, rosse, celesti, gialle – annoda e ritorce impeti e tentazioni quando Mercurio trova la fessura, il sentiero luminoso, il varco tra i mondi: respira l’aria rarefatta e tersa d’un altro pianeta e d’istinto sinistro risponde con una botta che buca la porta, la rete, il petto insanguinato e biancoceleste.
Peruzzi è ancora lì, immobile. Potete vederlo, statua di sale, la bocca in un “o”, lo sguardo fisso al cielo, dove si accendono come fiori i clamori di centomila pub. Ancora la gente gli porta i fiori: al “portiere ignoto”. Una prece.
La Lazio è sciolta in pozze poco dietro la linea di centrocampo. “Sono lacrime nella pioggia” dice il Replicante fuggitivo intervistato all’uscita, dove il popolo biancoceleste – Roma biancoceleste – sfila ripiegando bandiere e delusione. Il popolo sgorga fuori come sgorga il colostro pallido dal seno di Roma mamma e mammana. Il popolo scivola come pioggia in una pozzanghera. Il popolo scorre fuori nell’odore primaverile d’immondizia dolce, motorini rubati e croste di toast. E il popolo si perde il gol finale dell’infinita montata lattea del petto di Roma, il gol col quale il Capitanomiocapitano firma il suo fregio e pregio personale, la palombella giallorossa che resterà a lungo, leggera, nel cielo sopra l’Olimpico.
Li potete vedere ancora, il monumento al portiere ignoto e il pallonetto del Capitano: la gente va a visitarli, porta i bambini, indica con la mano. Qualcuno vorrebbe pure arrampicarsi e scriverci su col lampostil: “amo Pierpaolo”, per esempio, o “un saluto agli amici del pub”.
ciuffo, si comincia sempre dalla sofferenza. (e noi, incipit di tangueri, lo sappiamo bene)
allo stadio cittadino di San Paolo ci sono andato solo tre volte, seguivo mio fratello maggiore, vero tifoso, ma mi ubriacavo di caffé Borghetti sugli spalti (l’unica cosa del calcio che mi interessasse davvero), e così smisero di portarmici
ommadonna
Giuro su dio mercuriale che se così scrivessero su Tuttosport, lo comprerei, leggendolo perfino, signora di scrittura onnivora e di sabbie mobili e di selve a rigoglio.
marò, brioche.
ma tu si’ ‘nu mostro.
(in senso buono)
No no Flo’, ancora non sono un mostro. mi sono iscritta alla graduatoria, ma forse mi chiamano a giugno.
Herr, se giura su Mercurio, dio degli spergiuri, Le credo. (e comunque se ne fanno, di cronache sportive, per amore: pensi che scrissi quasi un intero campionato, e quando le squadre andarono in ritiro, lui si ritirò).
aitan, il Caffé Borghetti entusiasmava anche me, devo riconoscere. Chissà se lo fanno ancora.
il tifo passivo è dannoso anche di più di quello attivo!
Ed io commento la tua piccola appendice, invece del post, nel quale pure ritrovo i perché di alcune scelte.Visto che tra le belle illusioni ci metti anche i commenti (e io condivido), considerando che i tuoi sono sempre tanti e interessanti (tante volte ne leggo qualcuno),forse la parola illusione potresti toglierla (anche dal tortino, direi) e lasciarla magari per l’amore che mi sembra sempre quella più grande.
E’ tuo? Io non so attaccare bottoni…
io non so fare altro… il blog cosa credi che sia?
…epperò, calcio a parte, ho piacere di condividere almeno 5 delle tue belle illusioni vitali; anche se non era difficile, visto che io sono di quelli che si innamorano di tutto (a parte il calcio).
non so’ focaccine
so’ bottoni,
Marius
il caffe’ borghetti? si’ c’e’ ancora ma in orrendi contenitori di plastica. mi piace molto il post malgrado juventino.
anch’io sono innamorata di molte cose ma il calcio … mi sfugge: troppa gente, troppi giocatori, troppi tifosi, troppi commentatori, troppa importanza…troppo tutto; e tra tutto questo troppo sono sicura che, negli interstizi – a ben guardare, esisterà bellezza e passione, poesia e intelligenza – ma il destino volle che io il calcio non lo sappia ben guardare, che io lo intenda di riflesso attraverso qualcuno che me lo spiega e che nonostante questo ne rimanga immune, indifferente… (l’anno che vinse l’italia – 82? – durante la partita io la mamma si passeggiava per una scilla deserta, sospesa, surreale… )
E dire che a Reggio si abitava in via stadio a Monte … certe Domeniche da sooolaaa in un cortile a passeggiaaar.
O.T.
Querida mia, vedo che hai già visitato http://www.tangoquerido.splinder.com (o almeno il blandulo tentativo nunero zero)
Mi è sconfinferata l’idea di un blog tanguero messinese, uno spazio autogestito dai tangueri iscritti in cui chi vuole può scrivere di tango come, quando e quanto gli pare.
Nelle teoria mi sembra una buona idea… la pratica però è tutta da verificare. Posso invitarti?
Previ mirada y cabeceo s’intende…
ecco, Marius, la precisazione ci voleva: nel mio privato Rorschach erano focaccine.
all, i ricordi sono tutti nel moplen, ormai.
farolit, sirena mia, mica uno può avere tutte le passioni. che poi il calcio è una gran cosa, ma il baraccone del calcio è insopportabile, concordo. (OT ma certo che puoi invitarmi. è la blogmilonga, no?)
el futbol, soccer, calcio. La prima partita la vidi sbrirciando tra i corpi delle persone rigorosamente in piedi dai popolari della Favorita.
Vedevo appena il portiere, e di tanto in tanto mio padre tirava sulle spalle i miei cinque anni. Poi agitandosi per tifare, mi rimetteva all’altezza dell’inoperoso n.1.
Giocavo a calcio, come giocan tanti, tifavo le squadre che si contrapponevano a quelle che troppo di frequente vincevano, praticando altri sport. Poi un bel momento un amico mi propose di arbitrare. Frequentammo il corso e io passai e lui no. Correre e decidere con quello che i propri occhi e il proprio istinto vedono. Smettendo assolutamente di parteggiare, piccole o grandi squadre, il distacco e il divertimento di vedere un gioco. Un giuoco (come si diceva negli anni trenta) dove tutti si schierano e spesso perdono il piacere del giuoco per l’ansia del risultato. E poi leggo gli scritti della brioche, dove il calcio non sono folle di scalmanati, ma attesa e divertimento a osservare il giuoco e quello che intorno gira. I colori, gli umori, i racconti, gli insulti, gli schiamazzi. E a dire il vero il gesto repentino, il guizzo, il genio, la fortuna sfacciata e cieca, la tenacia e la vigliaccheria, la preparazione e l’improvvisazione, il cervello e i muscoli in tutte le combinazioni, l’amicizia e l’infamia. In una partita di calcio c’è di tutto e molto di più.
Perchè è tanto amato? facile una sfera di pelle (similpelle) e tutti i sogni di chi l’ha calciata almeno una volta tutti chiusi lì dentro, senza distinzioni.
A volte nelle movenze di illustri eroi della pedata argentini si scopre il tango, e nei brasiliani?
Anch’io quando vedo la Juve in campo divento un altro. A volte i bambini mi guardano strano, quando salto, mi sbraccio, incito, e mando a strafottere davanti al teleschermo (non vado più allo stadio, e poi il Delle Alpi è freddo, in curva vedi male). Quando la Juve perde sono un po’ triste, quando vince mi sento felice.
Tutto ciò è assolutamente assurdo, lo so. E domani sera, sarà facile che io non sia felice.
ciao
da piccola e da ragazza abitavo vicinissimo al campo di calcio della mi città di provincia. Allora non c’erano i cartelloni a coprire le gradinate in alto e si vedeva uno spicchio di campo, la domenica, durante la partita, dalla mia terrazza. Entravamo gli ultimi dieci minuti dato che aprivano i cancelli gratis.E allora c’erano quell’erba verdissima e rasata e spennacchiata davanti alla porta e il toc del pallone calciato e c’erano le grida.
Qualche anno fa sono tornata a vedere una partita, il campo è lo stesso con le gradinate a ridosso del bordo e la cosa strana erano i gol improvvisi che manco vedevi e non c’era il replay e tutte queste gambe depilate e i buu della gente quando toccava il pallone Davids (juventino all’epoca) che poi ho dato una gomitata al mio vicino per zittirlo e dirgli di vergognarsi, roba che mi becco una coltellata.
e vabbè
Non era una bella giornata quando ci furono i funerali del Grande Torino, una giornata come questa qua,
coperta, grigio scura.
Torino era tutta ferma, dico tutta e piangeva e le salme erano sui camion militari con il drappo granata. Eravamo lì tutti, poveri ricchi disgraziati bambini lattanti vecchi/e mutilati reduci disoccupati disperati, anche i borsaioli nella ressa non rubarono.
Non si applaudiva,
era un dolore terribile,
silenzio o qualche urlo di strazio.
Io ero sulle spalle di mio padre e vidi tutto, ho in mente il colore verde oliva dei camion e quello granata e un milione di teste e l’odore delle tragedie degli uomini.
MarioB.
felipelcid, nel calcio si porta tutto quello che si è, come nel tango. sono linguaggi e riti tutti del corpo, e noi ne siamo ammirati, guardandoli da fuori, ogni volta. Il miracolo, semmai, è continuare ad amare il calcio sopra tutto l’indegno circo, il perverso baraccone miliardario. Ma i miracoli ci circondano, in effetti.
Vedi Biz, c’è sempre spazio per l’inspiegabile, per fortuna.
verdemare, certe erbe stente restano dentro, e certi suoni. e poi torniamo a visitarli, incerti, timorosi di trovare altro. e troviamo altro.
Marius, ce lo ricordiamo tutti, quel funerale, anche quelli che non erano ancora nati, perché ce lo raccontavano in continuazione. Persino qui, che eravamo lontani due universi, e nemmeno c’era la tivvù, e il granata del color granata ce lo potevamo solo immaginare. Ce lo ricordiamo perché fu una tragedia comune e italiana, pensa un poco.
E poi comunque qui eravamo convinti che lì, a Torino, ci fossero pericoli inimmaginabili, e le colline coi denti.
OT.
Ah, avevo in mente di proporti come “trainer” (termine calcistico) per la prossima settimana artistica.
Non è detto che tu metta Botero, ormai “solum” est tuo.
nonostante la mia profondissima averrsione sconfinate nell’odio per la juve e gli juventini, (per me è sempre stata la squadra del padrone) leggere il tuo post è stato piacevole , merito della tua prosa
fenicio
Grazie Biz, mi piacerebbe scegliere. Ho un paio di idee, tutte dissimili. Ora le faccio combattere tra loro e vediamo chi vince.
fenicio (bel nick), che dirti, la juve è un pretesto per stare qui al bar a chiacchierare, e comunque fa parte delle care memorie familiari. grazie della visita.
Ah, ecco. Complimenti!
o.t.
Anche su blogstretto abbiamo fondato un club di coglioni.
Juventina! Che belle sfide che avremmo avuto nell’infanzia! Io che mi ero innamorata bambina dell’Inter vincitore della Coppa Campioni, quella di Burnich, Facchetti, Picchi, quella di Corso, Suarez, Jair, Mazzola, quella di Helenio Herrera.
Il miracolo, semmai, è continuare ad amare il calcio sopra tutto l’indegno circo, il perverso baraccone miliardario.
sottoscrivo.
non sarei andato a firenze il primo allenamento in c2 al franchi (c’ero mai andato, prima). sembrava tutto surreale. la gente che guardava dei ragazzotti (uno era quagliarella) allenati da wierchowood (poi cacciato).
c’erano tristezza e tanto calore, fusi insieme. e un cielo azzurro azzurro.
e di livio che sembrava maradona: dribling, colpi di tacco, applausi a scena aperta per lui.
la grande illusione di 10mila persone: di livio rappresentava il legame con il sogno svanito da riagguantare; era un fenomeno perché gli altri erano una nullità, ma era bello ipotizzare che in C2 lui sarebbe stato il maradona di firenze (col cavolo).
e io, che sono un tifoso molto distaccato, mi commossi.
il calcio, in quel momento, erano il mio sentirmi toscano in terra padana, le figurine con chiarugi, il sogno di poter giocare…
e un mese dopo eccomi a montervarchi, per un amichevole tra maledetti toscani. alla fine del primo tempo in onore della florentia i tifosi cugini srotolarono uno striscione.
m’immaginai: tornate presto in A, o benvenuti all’inferno…
e invece c’era scritto:
SIETE A PAGINA 23 DELLA GAZZETTA DELLO SPORT.
azz…
mamma che bei ricordi, in questi nomi, caracaterina, ché io me li ricordo bene gli anni di Burnich, Facchetti e il mitico Helenio, che pure mio padre diceva che era un genio (che poi all’epoca a casa si leggeva il Guerin Sportivo, che era una palestra d’idee e aggettivi, era).
sambigliong, Chiarugi me lo ricordo, suona come quegli anni, certi nomi non li fanno più, certi anni non li fanno più, certi campionati non li fanno più… (però, bello lo striscione: adoro gli striscioni, il parlare per scritte è una forma di genio).
Quando sapremo se il nano se ne va o resta, dopodomani, ti dirò che il racconto è gustosissimo, scritto superbamente. Ma adesso, come potremmo noi cantare le lodi di una vera scrittrice in un commento? L’ansia di non sapere se l’anno prossimo dovrò pagare ancora l’ICI e la tassa sulla monnezza mi paralizza.