
Il mio ex marito sosteneva di non avere un inconscio. Infatti lo lasciava sempre in giro. Certe volte trovavo come un mucchietto di stracci in corridoio, che però si muoveva da solo. Mia madre allora faceva: ma di chi è questo sciammisso? E io: non è uno sciammisso, è l’inconscio di A. Ah, faceva lei, e gli dava un colpo di scopa. L’inconscio strisciava via e s’andava a nascondere sotto il letto.
A quel tempo io leggevo “Psicopatologia della vita quotidiana” prima di dormire, e facevo sogni complicati pieni di parole e facce che si scambiavano di posto. Qualche volta sentivo come un’oppressione, un incubo che mi si sedeva sul petto, e invece era l’inconscio di A. che mi si acciambellava addosso e faceva le fusa. Lo cacciavo via, mentre A. russava senz’accorgersi di nulla.
Subito dopo, nel mio sogno trovavo un sacco di peli e tutte le poltrone graffiate, e sognavo d’arrabbiarmi a morte e chiamare un accalappiacani, un tizio coi capelli grigi, la barba e il sigaro.
Al mattino provavo a chiedere ad A. cosa avesse sognato. Lui, impastato e ruvido, diceva cose del tipo: “Stanotte abbiamo preso la collina”, oppure “L’ho fatto secco al primo colpo”. Sognava più che altro lo sbarco in Normandia, o di uccidere Liberty Valance.
Che inconscio del cavolo, gli dicevo io. Pensa per te, faceva lui piccato, ti ho detto che io non ce l’ho, l’inconscio. Poi s’alzava, e uscendo dava un calcio a quel gomitolo di camicie vecchie che stava vicino alla porta, e che uggiolava sommessamente.
In effetti non aveva inconscio e nemmeno sensi di colpa (che di solito vanno assieme, come Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, Nietzsche e Marx).
Io ai miei dovevo dare da mangiare tutti i giorni, e lo sappiamo tutti che sensi di colpa belli grossi mangiano moltissimo, anche se poi passano molto molto tempo a digerire: gesti, parole sbagliate, parole giuste, dimenticanze, ritrosìe, ricordi, denaro, matite, pagine di libro, fotografie, relazioni, figurine, infatuazioni, scolapasta. I miei sensi di colpa mangiavano di tutto. Con la mia amica del cuore litigavamo sempre, perché lei sosteneva che bisogna farli stare a dieta: Guarda me – faceva – solo sceneggiati tivù, gli do’, tanto loro non lo sanno. Intanto erano magri da fare spavento, i suoi sensi di colpa, che io li avrei portati dal dottore, per quanto mi facevano pena.
A casa mia sono stati sempre ipernutriti, invece. Mia madre, di nascosto, gli dava le vitamine e i biscottini, e loro le si strusciavano sulle caviglie. L’amavano.
Per la verità anche mio padre sosteneva che la psicanalisi se l’erano inventata i parrucchieri, ed era una cosa da donnette. Io gli facevo il conto delle sue resistenze, gli descrivevo nei dettagli il suo complesso materno e lui, alla fine – mi lasciava parlare perché mi adorava, in effetti, anche se ero femmina – m’allungava cinquantamila lire e mi diceva: sei stata brava, ora comprati un foulard, o un libro, se proprio devi. Io davo una sistemata veloce al mio complesso d’Edipo – lo portavo come un push-up un po’ scomodo, ma molto visibile – e uscivo a comprarmi un libro, o un foulard.
D’altronde, del complesso di Edipo lo sapevano proprio tutti. Una volta la bottegaia del paese di mia mamma, trecento anime più le pecore, a proposito del figlio minore di mastro Gaetano, il calzolaio, disse, compuntissima e con lo sguardo scientifico e divinatorio, a mia zia la vedova e a me, che stavamo comprando fascelle di ricotta e abitini della Madonna contro il malocchio: "Si sapi, ‘u figghiolu avi ‘na picca d’Edipo". Noi annuimmo. In effetti era vero.
Nemmeno mia madre credeva all’esistenza dell’inconscio. Per lei esistevano i morti che camminavano nel soggiorno, i presentimenti che camminavano nelle ossa, l’azione del simile sul simile, la meteoropatia e più in generale la misteriosa corrispondenza tra lo scirocco, il malumore e la maionese, ma non proprio l’inconscio. Se ne vedeva uno dimenticato a terra, da qualche parte, s’affrettava a metterlo nella cesta della biancheria da lavare o, peggio, nella spazzatura. Qualche volta, dopo il lavaggio, s’erano talmente rovinati e ristretti che nessuno riconosceva il suo, e ce li scambiavamo. Lei sosteneva che non si leggevano bene le istruzioni sull’etichetta, che era scritto troppo piccolo, che aveva finito l’ammorbidente, e io le dicevo che invece erano solo fraintendimenti e lapsus, e le raccontavo la storia del medico che, per tre volte, aveva prescritto dosi eccessive di belladonna a tre sue anziane pazienti (in effetti, era chiaro che stava prescrivendo a sé l’incesto, o tutt’al più il matricidio, e a sua madre l’impossibile metamorfosi in una bella donna…). Lei rideva, e diceva che i medici – lei era medico – hanno un brutta grafia, e questo giustifica tutto. Poi, nel dubbio, aggiungeva una doppia dose di candeggina al bucato e segnava nella lista della spesa, con una grafia impossibile, "belladonna".
Certe volte, per sbaglio, quando eravamo in vacanza, l’inconscio di A. restava fuori di casa, di notte, e chissà dove se n’andava. Lo trovavo io al mattino dopo, che raspava dietro la porta, affamato, e gli mettevo una ciotolina di lexotan nell’angolo del terrazzo. Ora penso che avrei fatto meglio a mettere candeggina, o al limite belladonna.
Per non parlare delle fobie. Quasi tutte le mie zie sono fobiche. Hanno paura delle malattie, dell’automobile e dei piani alti. Dell’aereo, degli squali bianchi e del terremoto.
Una tiene un elenco di malattie appeso sul frigorifero, con un breve riassunto dei sintomi. Un’altra legge ogni giorno dieci pagine dell’Enciclopedia medica, e quando è il tempo compra vaccini per tutti e li offre in salotto, su una guantierina d’argento. Una volta il marito – un ipocondriaco che qualche volta ha avuto pure i dolori mestruali – per sbaglio le diede venti gocce di collirio su una zolletta di zucchero. La zia si sentì tanto bene che da allora consiglia a tutti piccole dosi di “Stilla” prima dei pasti.
Mia madre, che aveva un talento per i soprannomi, da allora li chiamò, lei e mio zio, “i Placebbo”, con due b. Li chiamiamo tutti così ancora adesso. Però sono una coppia felice.
A Natale, quando in casa eravamo trentacinque o quaranta, c’era una tale confusione di inconsci, fobie e fissazioni che non si capiva niente, e ogni tanto mio padre era costretto a fare l’appello. Mia cugina, che si succhiava ancora il dito a trentasette anni, per errore diventava sonnambula, ed entrava nei sogni di mio cognato, che s’affrettava a rimuoverla tutta intera, in pagliaccetto e autoreggenti così com’era, e li sorprendeva mia madre, che s’era beccata l’insonnia di mia zia – la quale, invece, si stava sognando i miei ragni e i miei esami di maturità – e camminava per il corridoio inciampando in mucchi di biancheria, sciammissi, cestini, vascelli fatti di fiammiferi e castelli di carte (ché ognuno c’aveva l’inconscio fatto a modo suo) e urlava “questa casa non è un albergo, è una clinica” e minacciava di dimetterli tutti l’indomani. L’indomani, per fortuna, aveva rimosso anche lei.
La mattina di Natale io interpretavo i sogni di tutti, e la nonna mi dava la paghetta.
Aderisco con queste trepide memorie familiari alla, pur conclusa, meritoria Settimana del Revisionismo Froidiano del benemerito sogniebisogni (nick intensamente froidiano, come si vede), che vi invito a leggere. Se il sintomo persiste, consultare il medico.





