La figlia si siede davanti alla madre, e insieme cominciano a dar forma al dolore. Lo plasmano, lo impastano, lo modellano, traendolo a piccoli pezzi dall’aria attorno.
Ogni tanto una delle due dice qualcosa, l’aria diventa più densa.
Fuori, lo scirocco devasta le palme, batte con le dita sulle persiane, ma nessuno può rispondere. Gli occhi dentro gli occhi, le mani rapide, madre e figlia lavorano il dolore, che prende consistenza di malta, di terracotta, di creta.
La stanza vortica in alto, nella luce nera. I gabbiani cambiano rotta e colore, come per tormento o difesa, le navi oscillano sui fianchi, avanti e indietro. La madre e la figlia sono lente e veloci, strappano i pezzi di dolore e li aggiungono all’impasto, mormorando qualcosa, che forse
però è il mormorìo del vento, che pure ha ali vigorose e non teme nulla.
Quel giorno c’era la stessa luce, rammenta la figlia – forse ad alta voce – con quel sole insostenibile fisso negli occhi. Stacca un altro pezzo di dolore, lo strofina forte, da una mano all’altra, affonda le dita nella pasta del dolore.
La madre dice qualcos’altro, o forse era un lamento, o sono lacrime. Cadono nel dolore, che le assorbe velocemente. Le mani lavorano. Il dolore è morbido ed elastico, e prende il calore delle mani. Aumenta di volume, lievita e spande il suo odore argilloso.
La madre e la figlia girano la ruota col piede, e il dolore gira e cambia forma, prende tutte le forme tra le mani umide. Una alza i bordi- da una vita alza i bordi – l’altra modella una curva – sono sempre curve strette, dove bisogna chinarsi e stringere i denti. A volte si correggono l’un l’altra, e il dolore gira e cambia.
Il giorno diventa grigio e pieno di schiuma, la città intera gira su se stessa, con lunghi fili sottili stesi nel vento, fino a che lo scirocco non tramonta nella terra e nel mare. La notte, infine, è perfettamente immobile e verticale.
La madre e la figlia dormono. Al centro della stanza il dolore è un vaso ancora umido, perfetto.
per Erica, che sa tutto.




